EFFETTO SODERBERGH – Scott Z. Burns: La giusta distanza

Da sempre la carriera di Steven Soderbergh è caratterizzata da una continua ricerca che spesso ha visto la forma preferita alla sostanza (narrativa). Soprattutto negli ultimi anni, infatti, il regista, nello scegliere una storia da raccontare, è stato spinto, più che da un bisogno morale (l’unica eccezione recente, forse, è il dittico incentrato sul Che), dalla capacità di una determinata trama di adattarsi alle sue infatuazioni registiche. In questo continuo bisogno di “scuse narrative” ben si è conciliato, dunque, l’incontro con Scott Z. Burns uno degli sceneggiatori meno emotivi del giro delle grandi produzioni hollywoodiane.

Sin dal suo esordio, anche come regista, con l’invisibile Plutonio 239 (tratto dal libro omonimo di Ken Kalfus) il lavoro di Burns si contraddistingue per un’evidente attenzione sociologica ai suoi protagonisti e alle loro vicende. Lo scrittore, forse davvero spinto da scrupoli propri dell’osservazione scientifica, gli stessi degli scrittori veristi dell’ottocento, si costringe a mantenere sempre la giusta distanza dalle storie che racconta, raffreddandone continuamente l’impatto emotivo. Se almeno nei suoi primi due script il distacco accademico s’incrina di fronte a due protagonisti estremamente uguali nella loro lotta selvaggia per la sopravvivenza (l’ultimo Jason Bourne di Matt Damon, The Bourne Ultimatum e, soprattutto, il dolente e sempre magnifico Paddy Considine del suo unico film dietro la macchina da presa), nei suoi successivi lavori questo si enfatizza, sfociando in un divertito gioco intellettuale che spesso cade nel compiacimento quasi masturbatorio.

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rooney mara in effetti collateraliSupportato da un regista che gli lascia carta bianca, Burns si cimenta in tre film che, pur diversi nell’apparenza, possono, con tranquillità, essere considerati alla stregua di interessanti osservazioni uscite da qualche facoltà di sociologia. In tutti e tre i suoi film soderberghiani, lo sceneggiatore, mantenendo saldamente la propria posizione privilegiata di analisi, si diverte a guardare, e ad annotare, i comportamenti di elementi borderline (The Informant!), le derive sociali di una comunità sotto attacco (Contagion) o le ferocie applicazioni pratiche del classico “homo homini lupus” (Effetti collaterali), senza mai considerare, nemmeno per un secondo, l'importanza del fattore umano.

Nelle sue storie è quasi impossibile sentire, anche per i personaggi più sensibili, dell’empatia e ciò comporta un’inevitabile disinteresse, alle volte risentito, da parte di quel pubblico ancora innamorato delle emozioni. Certo questo modo di raccontare, che per alcuni può essere considerato un limite ingiustificabile, per altri teorici astratti è il fondamento di un altro modo di girare film, legato principalmente alla tecnica rigida e alla scientificità del metodo. Ciò porta, quindi, autori integrali come Soderbergh ad appoggiare con forza il lavoro di Burns e ad approvare, con il loro entusiasmo, ogni metro che divide lo scrittore dai propri protagonisti. E’ ovvio che questa scelta artistica abbia i suoi estimatori e che in moltissimi casi alcuni progetti abbiamo una ragione d’essere solo se visti attraverso quest’ottica (il futuro sequel dell’Alba del pianeta delle scimmie, sempre scritto da Burns, ne è un ottimo esempio) ma è doveroso aggiungere che chi crea storie spesso è chiamato a sporcarsi dello stesso fango e della stessa polvere dei suoi personaggi. Perchè, alla fine, nonostante tutto un padre (scrittore)non può essere tale se non piange insieme  ai propri figli (narrativi).

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