#FESCAAAL29 – Baby, di Liu Jie

La cronaca, sempre più dettagliata e argomentata, ci aggiorna, con quotidiana attenzione, sulle iperboli inarrestabili di una Cina che corre veloce e soprattutto di un’economia che resta tra le prime del mondo con tassi di crescita da noi neppure immaginati. C’è però un’altra Cina che emerge dai racconti non ufficiali che a volte il cinema, tra pregi e difessti, ci fa osservare, illuminando con la velocità del bagliore il lato meno visibile di questo immenso Paese che resta sempre misterioso e segreto.
Il fenomeno dell’abbandono di bambini con disabilità è un costante dramma della Cina, pochissimo conosciuto in occidente, ma questione che si fa pressante collocandosi in quell’area del rispetto dei diritti che costituisce una delle misure attraverso le quali calcolare il gradiente della qualità della vita.
Liu Jie con il suo cinema sociale affronta il tema e con Baby costruisce un film che possiede una solida costruzione che attinge alla sapienza del suo autore, capace di spaziare dal cinema sociale a quello di genere, senza tradire mai le sue qualità. Baby, nonostante il tema, non cede mai ad una compassionevole ricostruzione dei fatti, ma ci restituisce un racconto che, nella sua dolorosa essenza, non smette mai di essere teso e credibile.

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La protagonista del film è Jiang Meng (Yang-Mi) che, abbandonata da piccola per le sue disabilità, oggi lavora come inserviente in un ospedale. Si imbatte in una bambina anch’essa disabile e rivede la propria storia. Il rischio che alla piccola vengano negate cure e interventi, sebbene ad alto rischio, la induce a affrontare una dura e complicata battaglia per salvarla. Arriverà a rapirla, ma le leggi, implacabili, non potranno aiutarla. Nel frattempo anche lei arrivata alla maggiore età dovrà abbandonare la donna che l’ha allevata facendole da madre che oggi avrebbe bisogno del suo aiuto. Nel finale sospeso la ricerca delle risposte alle numerose domande.
Nel 2006 Liu Jie aveva vinto al Festival di Venezia nella sezione Orizzonti con il suo Mabei Shang de fating, digressione narrativa nella Cina estrema accompagnando un giudice itinerante che, a dorso di mulo, amministrava la giustizia di villaggio in villaggio. Anche questo come il precedente è ispirato a tante storie vere e questo del realismo che accompagna il cinema sociale dell’autore  si trasforma in un valore aggiunto proprio perché la sua trattazione non diventa la traccia esclusiva sulla quale il film poggia le sue potenzialità. Liu Jie ha dovuto attendere vari anni prima di riuscire a realizzarlo e l’essersi dedicato, nel frattempo, ad una serie di film di genere, è servito al regista per acquisire una certa sicurezza economica utile a garantirgli una indipendenza necessaria ad affrontare un lavoro complesso e rischioso come questo con gli inevitabili problemi di censura da mettere in preventivo.
Il lavoro di Liu Jie è meticoloso e il suo film, che assorbe, nella sua struttura narrativa, i tempi e le atmosfere del thriller, non senza raccordare la sua essenza di cinema di fiction con quello di non fiction, in cui esaltare quel realismo che lo caratterizza, rispetta le regole e i tempi dettati da una narrazione sempre incalzante nella quale i generi si fondono per conferire al film una sua originale struttura. Liu Jie gira spesso con camera a mano e questo accresce, nei primi piani della straordinaria Yang Mi, il senso di vicinanza dello spettatore al tema, trascinandolo dentro le emozioni e facendo viva la disperazione della giovane protagonista.
Baby è per tutte queste ragioni un film coraggioso che traduce in immagini il disagio di una tradizione non più accettabile. Un film dal non trascurabile spessore che trova la sua più accentuata efficacia in quel non farsi prendere mai la mano dal tema che lo ha ispirato e che in avrebbe potuto assorbire ogni interesse del film. Ma Liu Jie dimostra, invece, le sue qualità autoriali e, avvalendosi di una struttura eclettica, ridefinisce anche i termini del racconto drammatico e sociale, dimostrando la possibile convivenza tra la forza del cinema e delle idee che gli danno vita.
È questo, sotto l’aspetto più strettamente narrativo-cinematografico, il profilo più interessante del film. Baby dovrebbe appartenere – e sicuramente ne fa parte – a quella categoria di film in cui l’impegno sociale costituisce lo spunto narrativo decisivo e, nel rispetto di regole non scritte, in molte occasioni questo cinema si fa palcoscenico di quelle ferite amplificandone la diffusione, ma tutto si prende forma in funzione di quella prospettiva. Liu Jie rifugge dal cinema didascalico, dal dramma sociale assoluto e vuole affermare il suo sguardo cercando e trovando un’altra strada. Nel rispetto del dispositivo il suo lavoro si concentra sulla struttura dentro la quale muovere i suoi personaggi. È aiutato da una impeccabile Yang-Mi che da volto alle emozioni della giovane protagonista che deve assolvere all’imperativo morale che la tormenta e nulla importa che in fondo quella della bambina disabile che rischia lo morte sia una storia che in fondo non le appartiene. Ma nonostante questo carico di reale coinvolgimento Liu Jie, non cede mai al rischio di un cinema istintivo e il suo film non ha nessuna concessione a quel realismo empatico di stampo documentaristico. A suo ulteriore merito va considerato che i suoi attori sono in massima parte non professionisti a cominciare dai poliziotti che nella vita sono veri poliziotti. Baby si fa così molteplice scenario di generi, stringe l’obiettivo su un tema sgradito anche all’apparato che gestisce la censura, ma al contempo è innegabilmente un film che viene da molto lontano, da una conoscenza profonda delle teorie e da un mestiere conosciuto e che Liu Jie dimostra di amare.

Un commento

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    Baby va rivisto più volte per poterne cogliere tutta la forza emotiva e l’intensità della protagonista. Razionalemente è una storia quasi assurda, ma che spigiona affettività, generosità e una grande vitalità.