#RomaFF11 – Non si parte dalla cornice ma dal quadro

Il Cinema a Roma è ormai una grande festa, non più il Festival mummificato da vallette e giurie, concorsi e premi che piaceva poco al pubblico capitolino. Il secondo anno del mandato Monda conferma la direzione presa insieme alla Direttrice Piera Detassis sul costruire una festa mobile che sia capace di illuminare di magia l’intera Città Eterna e non solo le tre sale (anzi due, anche quest’anno la Santa Cecilia non sarà disponibile) disegnate da Renzo Piano. Si peregrina dal centro alla periferia, dal Red Carpet di Via Condotti al ciclo di proiezioni dentro il carcere di Rebibbia, non dimenticando i classici appuntamenti al Maxxi e alla Casa del Cinema di Villa Borghese.


Ovviamente il centro resterà sempre l’Auditorium davanti al Villaggio Olimpico che ospiterà la selezione ufficiale, il cuore pulsante della Festa: 44 film da ventisei paesi che concorreranno al Premio Del Pubblico e che sono stati selezionati seguendo le parole d’ordine discontinuità, varietà, novità, internazionalità e qualità. Dentro ci sono maestri come Werner Herzog, Andrzej Wadja, Stephen Frears, Oliver Stone ed Emanuelle Bercot insieme alle giovani promesse Barry Jenkins che aprirà il festival con Moonlight, Karen Di Porto (“una grossa scommessa” per Antonio Monda), John Krasinsky alla sua seconda regia con The Hollars e Nate Parker che ha trionfato dell’ultimo Sundance con The Birth of a Nation. Quattro i film italiani: 7 Minuti di Michele Placido, Napoli ’44 di Francesco Patierno, Sole, cuore e amore di Daniele Vicari e Maria per Roma della già citata Karen di Porto

Birth of a Nation di Nate Parker, fresco vincitore del Sundance

The birth of a Nation di Nate Parker, fresco vincitore del Sundance

Nonostante siano raddoppiate le pellicole presentate in anteprima mondiale non si ha paura di andare a pescare negli altri Festival, esclusa Venezia ovviamente, perché “il pubblico romano non deve sentirsi in colpa se vede un film bellissimo dopo San Sebastian o dopo Rotterdam”. A rafforzare il concetto una piccola sezione prontamente battezzata “Tutti ne parlano”, quattro film che hanno ricevuto particolari attenzioni in altri festival.

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Il tema del discorso è centrale nella festa ideata da Antonio Monda, che ha forse capito come di cinema a Roma se ne parli molto e se ne veda poco. Quindi è stata estremizzata la formula degli incontri ravvicinati con le grandi personalità dell’arte, portata al numero record di dodici, spaziando dal cinema con Oliver Stone, Bernardo Bertolucci, Andrzey Wadja, David Mamet, Viggo Mortensen e Meryl Streep all’arte contemporanea con Gilbert&George, alla musica con Jovanotti e Paolo Conte. Senza contare il Premio alla Carriera che verrà conferito a Tom Hanks il giorno d’apertura e che darà il via ad una corposa retrospettiva sull’attore americano.
Le altre due retrospettive saranno dedicate una a Valerio Zurlini e l’altra alla politica statunitense, a meno di un mese dalle elezioni presidenziali. Senza contare i tanti eventi speciali e la sezione autonoma di Alice nella Città, ormai fedele alleato della kermesse romana.

La Festa vuole quindi essere poliedrica, non si fa problemi a mescolare i generi, dalla commedia al cinema del reale, ma allo stesso tempo conserva l’eleganza della memoria, distribuita a manciate nei numerosi omaggi in cartellone, e si apre speranzosa al Mercato. Uno spazio dedicato al pubblico e non agli addetti ai lavori quindi, come spesso finiscono per essere questi grossi carrozzoni festivalieri. L’aspetto esclusivo della Festa del Cinema di Roma invece risiede sopratutto sulla mancanza del wi-fi, che rende impossibile comunicare con il mondo una volta dopo esser entrati nei bunker di Renzo Piano. Una mancanza che sbilancia anche la conferenza di presentazione, costringendoci per forza parlare con il vicino di posto o, per i più spregiudicati, a lanciarsi in saluti due o tre file avanti, a dimostrare che in platea ci si conosce tutti.

E’ davvero una festa per tutti, un po’ giostra veltroniana, un po’ cinema occupato. Ci si commuove per Rondi, ci si indigna per il precariato. Ci si ritrova tutti al Red con un Camparino in mano, perché comunque le Star servono a portare pubblico e Monda ci assicura un tappeto rosso al giorno di assoluto prestigio, per non scontentare nemmeno il sindacato dei cacciatori d’autografi. D’altronde chi meglio di lui, che ha reso il network culturale un arte zen, può invitarci a condividere un paio d’ore a tu per tu con le star come accade nei suoi mitologici pranzi domenicali? Eleganti come Cyd Charisse, leggeri come Gene Kelly. Ci si fa notare, si scambiano due parole sul proprio ego e si passa alla prossima attività. Perché, come ci illumina il Sindaco Raggi nella sua nota il cinema è vita, ma anche il sushi a quindici euro non è da disdegnare. Se avanzasse tempo tra una barchetta e l’altra il programma stilato da Monda e Detassis offre spunti stuzzicanti e pienamente digeribili.

Qui il programma completo