FESTIVAL DI ROMA 2010 – "Burke & Hare", di John Landis (L'altro cinema. Extra)


Ritorno alla grande del regista statunitense, quasi un alieno nel Festival di Roma, segno di un cinema che rinasce dalle proprie ceneri, magico e illusionistico, demenziale puro, straordinaria pazzia che non ha bisogno di citazioni ed omaggi per alimentarsi, fulminante per come filma l'atto improvviso e per come ribalta gli stereotipi senza cadere nella deformazione, nella caricatura 

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"Questa è una storia vera eccetto le parti che non lo sono". Parte già a razzo Burke & Hare, straordinario ritorno di John Landis, quasi un alieno dentro il Festival di Roma, quasi un oggetto smarrito, cinema che rinasce dalle proprie polveri come sorta di magia & illusione – un po' come l'ultima parte della carriera del regista – dove la visionarietà tra Un lupo mannaro americano a Londra e frammenti di Burton di I misteri di Sleepy Hollow si combinano con Stan Laurel & Oliver Hardy e i 'ragazzi irresistibili' di Una poltrona per due. Ad Edimburgo, nel 19° secolo, William Burke e William Hare sono due eccentrici assassini che riforniscono la facoltà di medicina dell'università locale. Il loro obiettivo è mettere su una quantità di denaro sufficiente per mettere su una propria agenzia di pompe funebri. Ma da un certo momento in poi la richiesta aumenta e la coppia entra in affanno. Burke & Hare è una grandiosa pazzia. E' demenziale puro – anche grazie a continui contrasti tra corpi come quelli di Simon Pegg (oggi tra i comici più efficacemte imprevedibili) ed Andy Serkis proprio nei panni rispettivamente di Burke e Hare o delle due diverse scuole di medicina di Tom Wilkinson e Tim Curry – che non ha bisogno di citazioni o di continui riferimenti ad altre pellicole per trarre ritmo e comicità. Il cinema di Landis è fulminante per come filma l'atto improvviso (una carrozza che cade in un dirupo, una botte col cadavere che rotola nelle discese) – per come ribalta gli strereotipi senza cadere nella deformazione, nella caricatura (la produzione tutta al femminile di Macbeth). Il suo illusionismo sembra quello dei cineasti delle origini che giocano con i corpi come se fosse materia da plasmare (in questo caso i cadaveri), dove in ogni inquadratura non sembra esserci soluzione di continuità, anzi una sorpresa da parte degli stessi protagonisti di trovarsi in quella situazione. Landis rovescia Lynch di The Elephant Man dove però lo sguardo di attrazione si ribalta proprio addosso ai due protagonisti, ai loro istinti, alla loro sessualità, all'esigenza della morte come commercio e non dello spettacolo come attrazione/commercio (ancora Lynch). Inoltre nel fuori-campo sembra esserci sempre una platea, direttamente visibile durante le esecuzioni e nelle rappresentazioni teatrali, un pubblico dentro il film che coincide con lo spettatore fuori il film, che forse proprio Landis idealmente vorrebbe trascinare dentro. E poi Burke & Hare si alimenta anche della mancata e voluta sintonia visiva/sonora, con battute irriverenti degne di quella scorrettezza di Animal House tipo "Una volta mi sono fidato di una scureggia e me la sono fatta addosso", oppure "E' un'attrice o una prostituta? – Che differenza c'è?". La cattiveria dilaga e diventa contagiosa. Irriverente, senza scrupoli. Segno di un film, di un cinema senza età. Che poteva essere l'esordio di Landis ancor prima di Ridere per ridere. Anzi, un nuovo folgorante esordio.  

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