FESTIVAL DI ROMA 2010 – "Dog Sweat", di Hossein Keshavarz

Dog Sweat di Hossein KeshavarzSembra proprio che il bisogno principale della più giovane generazione di autori iraniani sia quello di gridare al mondo l’esistenza e la consistenza di un Iran profondamente diverso da quello che quotidianamente viene raccontato dai media; l’idea è quella di un cinema che deve vivere per essere esportato, per varcare i confini nazionali e sbattere con forza davanti agli occhi dell’occidente un desiderio di libertà che non può più essere taciuto. Era così per Nader Takmil Homayoun e per il suo bellissimo Tehroun, presentato lo scorso anno al Festival di Venezia; lo stesso discorso vale per Green Days di Hana Makhmalbaf, che racconta i giorni delle proteste in Iran nel 2009 contro il governo Ahmadinejad; ed è così anche per Dog Sweat dell’esordiente Hossein Keshavarz, presentato in concorso a questa quinta edizione del Festival di Roma. Ma, soprattutto, al di qua dello schermo si potrebbe dire, la necessità che anima e lega tra loro tutti questi film è stata raccontata sulla propria pelle dal regista Jafar Panahi, arrestato all’inizio di quest’anno con l’accusa di progettare un film scomodo per il governo e non conforme alle rigide norme censorie che vorrebbero tenere fortemente a freno la produzione cinematografica iraniana. E proprio il regista de Il cerchio e Oro rosso sembra essere, attraverso la sua pratica cinematografica, il punto di riferimento per il giovane Keshavarz che, estremizzando ancora di più l’uso del mezzo, fa dell’immediatezza la marca stilistica del suo film e mette la macchina da presa al totale servizio del dramma sociale che vuole rappresentare. Perché Dog Sweat, va precisato, è a tutti gli effetti un film clandestino, girato tra le strade di Teheran senza la richiesta di permessi che sarebbero stati puntualmente negati. Il cinéma verité è qui – più che in altri casi – un’esigenza prima ancora che una ponderata scelta stilistica.

Sei personaggi, quattro ragazzi e due ragazze, sono i protagonisti di questo film. Tutti alle prese con le restrizioni che derivano da una mentalità fortemente conservatrice che ha ormai irreversibilmente contaminato gran parte delle generazioni precedenti e che li costringe a non poter uscire del tutto allo scoperto per mettere a nudo la propria personalità. Un film corale, con molteplici punti di vista su questioni scottanti come l’adulterio, la posizione sociale della donna, l’omosessualità repressa, i matrimoni combinati, che mettono in crisi un rigido sistema di regole e mostrano come le restrizioni imposte dall’alto – dalla politica così come dalla religione – si riflettono sul basso e condizionano l’esistenza quotidiana degli individui.

L’uso del digitale da parte del regista impone all’occhio dello spettatore la necessità di cogliere il momento, quasi come se ci si trovasse davanti ad un documentario o a delle immagini rubate. Le zoomate rapide e imprecise che si ripetono con frequenza sono sempre il sintomo della volontà di aderire al reale e di stare addosso ai personaggi, quasi a voler prendere alla lettera l’affermazione di Kiarostami secondo cui: “il digitale permette di liberarsi dell’ossessione del soggetto per ritornare ai gesti, al confronto con la materia del cinema”.

Non è un film perfetto Dog Sweat, ma non ha neanche la pretesa di esserlo. È un film determinato, coraggioso che sa cosa vuole mostrare e lo fa senza cedere alla minima indecisione. Probabilmente manca di una piena consapevolezza estetica, ma ha senza dubbio un’anima che gli permette di comunicare, arrivare allo spettatore e convincere.