FESTIVAL DI ROMA 2013 – Dal profondo, di Valentina Pedicini (Prospettive Doc Italia)

"il carbone è roba vecchia, non riscalda più. Siamo sempre in battaglia senza vincere mai, a volte penso che le nostre storie saranno spazzatura, come nuvole spazzate dal maestrale. Come grilli siamo, la notte qui non finisce mai" (Patrizia, la protagonista).

 

Il sole inonda le montagne di carbone. Sugli amabili resti prendono forma vuoto e silenzio. E' questo l'incipit di Dal profondo. Il presente della miniera Carbosulcis srl, nella provincia più povera d'Italia.

La techno music che invade improvvisamente lo spazio e sostiene lo stridere dei cavi contro la ruota/leva dell'ascensore (Gabbia), ci sbatte in un'altra dimensione temporale. La discesa lenta trasforma la linea del tempo presente, in passato, perchè mentre scorre è già memoria.

Abbandonata completamente la luce, nulla rimane delle regole del mondo sopra, quello di sotto ha le sue. In apnea terrestre, il corpo spettatoriale deve adeguarcisi altrimenti soffocherebbe. L'aria della sala si fa all'unisono respiro affannoso e le bocche penzoloni, stupite dalle azioni/esplosioni in profondità, cercano di convogliare ossigeno nei polmoni. La cognizione temporale è azzerata, non ci sono orizzonti, nè punti di riferimento. 

"Come i grilli siamo infilati nelle fessure, schiaccati sotto le pietre", dice Patrizia, riferendosi al lavoro dei minatori. Lo spettatore è un grillo infilato, in presa diretta, negli spazi tra i minatori e la roccia, sta braccio a braccio con la loro danza nel buio. Dal profondo solleva, senza dubbio, la pietra sotto cui sono schiacciati i grilli e lo fa grazie ad una scelta radicale operata dalla ragista, Valentina Pedicini. Estremizzare l'approccio stilistico per mezzo della fotografia di Jakob Stark, che punta sugli ambienti dark e rende il visibile claustrofobico. La Pedicini sfugge dal reportage giornalistico per tentare di dare voce all'umanità di sotto, quella più vera, unita dalla fatica e dalla paura della morte. Una scelta di umiltà la sua, tanto più che deriva da un vero lavoro solidale. Così, l'intervento, tra gli altri, del montatore, Luca Mandrile è servito a 'costruire' una storia che respira perchè liberata dai limiti iniziali del soggetto, che messi in campo, non avrebbero garantito lo stesso risultato. L'idea primordiale, quella di parlare di una miniera in dismissione e delle lotte attraverso un punto di vista femminile, quale è quello di Patrizia – ultima minatrice italiana – si fa altro. Preghiera corale dalle profondità della terra, che il gruppo di questo pregevole lavoro artistico, tutto (minatori, troupe), riesce ad estrarre e portare alla luce.

Chiusura con un percorso inverso rispetto l'apertura. Dal profondo alla luce. La techno music, lo stridere della 'tecnologia agè' dei tempi moderni, e poi silenzio. Dietro il pozzo principale della miniera compare l'orizzonte. Un campo eolico. Voci dal passato e dal futuro s'incontrano e non si scontrano nel primissimo piano finale su Patrizia, tra le rughe partorite dalla fatica ed lo sguardo in camera. Azzurro e vitale, tutto proiettato nel profondo di un futuro.