FESTIVAL DI ROMA 2013 – Je fais le mort, di Jean-Paul Salomé (Fuori Concorso)

Jean Renault (François Damiens) è un attore di quarant’anni sul viale del fallimento costretto a interpretare qualsiasi ruolo, anche in pubblicità di farmaci contro la stitichezza. Divorziato e con due figli da mantenere, accetta dal suo agente un’offerta di lavoro davvero bizzarra: fare la parte del morto per le ricostruzioni giudiziarie di scene del crimine. Viene quindi mandato in un paesino abbarbicato tra le montagne, dove anni prima è stato commesso un triplice omicidio. Calatosi completamente nel personaggio, proverà a risolvere il caso aiutando un giovane magistrato donna (Géraldine Nakache) e il tenente Lamy.

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Jean-Paul Salomé firma una commedia slapstick che ha come referente principale il mondo caotico ed esplosivo di Blake Edwards. La storia prende spunto infatti da una situazione reale – l’indagine della polizia – che viene presto stravolta dal carattere egocentrico e presuntuoso del protagonista, nel cui nome è racchiuso un presagio di sventura (molto divertente l’assonanza equivoca con Jean Reno). Il regista, che ha collaborato anche alla sceneggiatura, mostra una certa sicurezza nel padroneggiare i meccanismi del genere comico, che mescola con gli elementi classici del giallo (luoghi isolati, possibili sospetti, figure che si aggirano nell’ombra) mantenendo una tensione costante per tutta la durata del film.
Le continue citazioni di Renault al cinema americano – da Basic Instinct al Fuggitivo, passando per Batman e RoboCopsono una critica all’ambiente spesso fittizio degli attori, al loro modo artificioso di guardare la realtà, scambiandola per finzione e viceversa. Singolare da questo punto di vista la scena iniziale di film nel film, dichiarazione di intenti e al tempo stesso anticipazione di quello che accade dopo.
Je fais le mort è un prodotto scritto bene che intrattiene e diverte. Non colpisce certo per la sua originalità ed è facile intuire come andrà a finire. L’interpretazione di François Damiens però si rivela efficace e la maschera che indossa credibile: l’attore rappresenta perfettamente il suo alter ego, suggerendo che lo scarto fra arte e vita è forse molto più sottile di quanto pensiamo.