FESTIVAL DI ROMA 2014 – Tusk, di Kevin Smith (Mondo Genere)

Se siete deboli di cuore, Tusk è il film giusto per voi. Se volete coprirvi il volto con le mani perché forse vi farà impressione, ci siamo. Se volete ridere, se volete leccarvi le dita senza bisogno di pop corn, è sempre il film giusto per voi. Se siete nostalgici degli anni 90, avrete tutto ciò che desiderate: colori pop, camicie di flanella e una lingua che non si parla più, se non in un film di Kevin Smith.

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Se cercate un film indipendente, che restituisca a questo aggettivo il suo più puro significato, soprattutto per quest’ultima ragione, Tusk è il vostro film.

Questa è la tipica situazione in cui sembrerebbe più importante parlare del fenomeno piuttosto che del film stesso. Film che è stato fortemente voluto dai fan di Kevin Smith, che hanno ascoltato questa strana storia in un suo podcast e l’hanno incoraggiato a raccontarla. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal cult movie Clerks, ne è passata di acqua ma la riva del fiume è la stessa su cui ci adagiavamo da bambini. Kevin Smith, e in Tusk lo dimostra più che mai, è un puro di cuore. I suoi personaggi, ora come allora, rivelano sempre una tenerezza inaspettata sotto il magliettone da fatman. Così come i suoi film. Com’è che si dice? Chi nasce tondo non muore quadrato. Per fortuna, per qualcuno è davvero così.

Giraii Clerks perché volevo raccontare la mia storia, la mia e del mio gruppo di amici, e solo io potevo farlo. Questa storia me l’ha suggerita un fan e i fans mi hanno spinto a realizzarla.

Kevin, Kevin nessuno avrà mai provato a trasformarti in un tricheco, ma chi vuoi prendere per il naso?
Il protagonista del film, Wallace, interpretato magistralmente da Justin Long, è un podcaster che ha dovuto smettere di fare umorismo nerd perché non faceva più ridere nessuno, e ha iniziato a raccontare storie strane, possibilmente volgari, scovate in giro per l’America e il Canada, trasformandosi così da dolce fidanzato che piangeva guardando Winnie the Pooh a sboccato e arrogante fedifrago. E proprio in Canada, nel paese più tranquillo del mondo, alla ricerca di un ragazzo pazzo che si è tagliato la gamba giocando con una spada (?) si imbatte in un vecchio marinaio, Howard Howe (cosa dire di Michael Parks, già straordinario in Red State?) che lo incanta raccontandogli le sue avventure con Hemingway e lo droga con del thè al brandy. Perché? Perché vuole trasformarlo in un tricheco. E lo farà. Perché Howe ha subito ogni tipo d angheria da parte degli uomini e l’unico amico che abbia mai avuto è l’animalone con le zanne. Perché l’uomo è la peggiore tra le bestie etc etc. e Wallace non è certo un santo.

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Ma non è questo il punto. Non solo questo, almeno. Il tricheco è un pretesto, una scusa. Come sembra una scusa parlare di film horror. È un film fatto in casa con personaggi cristallini proprio come quelli delle sue graphic novel (tra tutti Guy Lapointe, interpretato dall'amico Johnny Depp), un film che andava fatto. E questo è tutto. Tutto il suo senso è contenuto nei bibitoni che beve Justin Long durante il suo interminabile viaggio in Canada, nelle battute con l’amico, nelle volgarità che dice alla ragazza e, soprattutto, nelle lacrime versate da uomo tricheco. E in Michael Parks, ancora una volta nei panni di carnefice pazzo animato da una giusta causa: non è in fondo ogni uomo un tricheco?
Così si ride e si sta male, malissimo. Perché questo è un film che fa male allo stomaco, se nello stomaco annegano le reazioni del cuore. E non c’è scampo, come d’altro canto non ce n’è mai stato.