Final Destination, di James Wong

Titolo originale: Final Destination
Regia: James Wong
Sceneggiatura: Glen Morgan, James Wong, Jeffrey Reddick
Fotografia: Robert McLachlan
Montaggio: James Coblentz
Musica: Shirley Walker
Scenografia: John Willett
Costumi: Jori Woodman
Interpreti: Devon Sawa (Alex Browning), Ali Larter (Clear Rivers), Kerr Smith (Carter Horton), Kristen Cloke (Valerie Lewton), Daniel Roebuck (agente Weine), Roger Guenveur Smith (agente Schreck), Chad Donella (Tod Waggner), Seann William Scott (Billy Hitchcock)
Produzione: Glen Morgan, Craig Perry, Warren Zide per Hard Eight Pictures/New Line Cinema/Zide-Perry Production
Distribuzione: Nexo
Durata: 97'
Origine: Usa, 2000

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10 ANNI SENZA PHILIP SEYMOUR HOFFMAN 2014/2024

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C'è un aneddoto che mi piace ricordare e che riguarda la lavorazione del film di Fulci 002: Operazione Luna. Un giorno Lucio si vide arrivare un attrezzista avvolto da ghirlande di lampadine che gli annunciava trionfante: "a dotto', er cosmo è pronto". Ecco in questa frase c'è tutta la poesia del cinema fantastico (…) povero di mezzi, ma ricco di fantasia…
Antonio Margheriti
Quando ho visto Suspiria a Detroit, il pubblico era impazzito. Volavano pop-corn, è successo di tutto. Questo è cinema.
Sam Raimi
C'era una volta un cinema. Quello dei B-movies, cioè dei film a costo ridottissimo, che imperversavano nei drive-in a mezzanotte, o, più di recente, nei più improbabili e scassati palinsesti televisivi negli orari più assurdi. Un cinema in cui l'attrezzista era anche il coprotagonista e la sceneggiatura (…ehm) era un mucchietto di fogli lasciati ad ingiallire su un tavolo lontano dal set. Un cinema oscuro che, sebbene nascesse nei modi più improbabili, regalava divertimento e anarchiche emozioni. Final Destination, è bene dirlo, non fa parte di questa schiera, però è un tentativo – forse riuscito forse no, chi scrive propende per il sì – di rinverdire la cifra folle tipica di quel cinema. In barba alle intenzioni.
Già, perché il regista James Wong, che del film è anche cosceneggiatore, probabilmente aveva ben altri sogni: lui voleva compiere una riflessione profonda sulla caducità della vita e sul mai sopito terrore che l'uomo prova nel suo lungo cammino verso la Morte, e partorire, di conseguenza, un drammone serio, venato di sacro terrore, di quello che fa saltare sulla sedia come si vede nei trailer del film. Invece si salta poco, ma ci si diverte un mondo. Possiamo parlare di "rivolta del testo"? Di un cinema che, autonomamente, forte della sua filiazione da una realtà minore (basso budget, produzione della kruegeriana New Line, musiche della carpenteriana Shirley Walker, regista che ha lavorato per X-Files, protagonisti che si chiamano Browning, Lewton ecc., cameo del grande Tony Candyman Todd) e intrisa di generi si ribella alle ambizioni "alte" e sguazza felice nel "basso"? Sicuramente no, perché è una definizione troppo forte, ma per una volta ci sia concessa. Perché, davanti alle morti fantasiose, imbastite con ritmi e modalità che ricordano i cartoon di Tex Avery o dei più cattivi Tom & Jerry, ci è sembrato di essere tornati indietro nel tempo, di trovarci dinanzi ad un nuovo Dimensione terrore, ad un filmetto alla William Castle o a qualsiasi altro rappresentante di quel cinema che citavamo all'inizio, povero di mezzi e ricco di trovate, incurante del ridicolo involontario ed estremamente generoso nell'abbondanza delle sue invenzioni. Un cinema la cui importanza storica sta tutta nella capacità di aggregazione che sviluppa, dando vita ad una ritualità dell'orrore i cui elementi non sono soltanto il corollario dell'esperienza che culmina nella visione del film, ma sovente ne costituiscono l'essenza e proseguono l'orgogliosa tradizione delle celebri "storie dell'uncino", quei racconti narrati "davanti al fuoco" per spaventarsi l'un l'altro e che, come ci ha ricordato So cosa hai fatto, sono anche alla base di molto horror cinematografico.
Certo il pubblico di oggi è meno coinvolto e difficilmente si lascerà andare ai lanci di pop-corn che tanta impressione fecero al giovane Sam Raimi, ma il fan (e lo spettatore bendisposto) può stavolta ritrovare in sé e nel suo personale rapporto con lo schermo l'emozione troppo a lungo sopita di un cinema che, in senso assoluto, è sicuramente arte, ma a volte sa anche essere emozione che unisce e diverte senza cercare ulteriori alibi.

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