“Finalmente la felicità”, di Leonardo Pieraccioni

finalmente la felicitàUn professore di musica toscano scopre, grazie al programma televisivo “C’è posta per te”, che la madre, recentemente scomparsa, aveva adottato a distanza una ragazza brasiliana e che quest’ultima, arrivata in Italia, è decisa ad incontrare il “fratello” ritrovato. Il colpo di scena inaspettato porterà grandi cambiamenti nella tranquilla vita del professore che instaurerà un forte legame di amicizia con la ragazza, diventata nel frattempo una famosa modella. Finalmente la felicità sembra essere definitivamente, o quasi categoricamente, l’apoteosi del “basta che funzioni” alla Woody Allen. C'è nell'aria e tra le sequenze una certa spensieratezza che rasenta la non accuratezza narrativa e visiva. È una sensazione contagiosa: tutto scorre all'interno di una camera asettica e desensibilizzante, quasi come fosse una parentesi letargica e pacificante. Lo stesso debordante Rocco Papaleo, che per una rara malattia, restando sotto il sole muore, è libero di duettare, vaneggiare, vagheggiare, peregrinare per il set senza costrizioni particolari. Stupito, interdetto, il nostro sguardo si concede lunghe pause, poggia indisturbato l'attenzione in fondo ai banchi di scuola dove Pieraccioni vorrebbe sedersi per distrarsi, guardare fuori dalla finestra, poter prendere in giro i primi della classe, i più attenti, quelli impegnati. Stavolta il cinepanettone non è poi così preconfezionato, anche se sempre debole, povero e comprensibilmente scontato; è però ancora, se non di più, cinema che si lascia attaccare in ogni direzione, smagliato e inconcludente, quanto incontenibile, nel modo in cui però si lascia attraversare dalla passione nel raccontare l'amore. In perenne vacanza, poco indulgente, anzi istintivamente scorbutico, il ciclone dei ricordi, delle spensierate narrazioni di famiglie cinematografiche, sono sempre più sussurrate e maneggiate con cura, vittime di una scrittura forse troppo pressante o quantomeno calcolata. Di Pieraccioni si può continuare ad amare il modo di “sfilare” sul set, di lasciare in ogni angolo del campo d'azione un riflesso del suo talento di cabarettista, attore, commediante. fonti visive nelle quali è racchiusa l'euforia dell'esperienza tragica. Da Pieraccioni si può continuare ad auspicare quell'esperienza tragica racchiusa e mai veramente rivelatasi, perché tiene troppo all'oggetto del suo cinema che al sogno per lasciarli dissolversi per effervescenza nell'incorporeità della memoria e dell'allucinazione. Non si confonde Pieraccioni, risparmia i riflessi sul mondo circostante e concentra l'immaginario su se stesso, sembra così patire un'atipica solitudine, in cui si tratta di porre fine al silenzio, di aprire una breccia e di tendere ancora di più le proprie braccia. C'è in più stavolta un atteggiamento menefreghista ancora più marcato, che però sembrerebbe inseguire uno strano mostro, quello che rende grandi e a volte inclassificabili: l’improvvisazione.Sarebbequell'atteggiamento misto di libertà ed anarchia, che non ha regole e schemi. Al contrario chi improvvisa attua in tempo “reale” tutta una serie di operazioni complesse che, anche nel cinema, vengono racchiuse nel termine “composizione”. Proprio nel fondo della classe, il discolo Pieraccioni si prende gioco della composizione istantanea, lascia spaesati e sconcerti. Sono lunghe le attese, i buchi di raccordo, i silenzi forzati, variazioni sul tema in cui però Pieraccioni resta alla fine vittima del suo stesso gioco, quasi alienante: l'esecutore non incontra il compositore e neanche l'idea stessa di compositore trova riparo tra la trasmissione visiva, sonora e orale.

 

Regia: Leonardo Pieraccioni
Interpreti: Leonardo Pieraccioni, Ariadna Romero, Rocco Papaleo, Andrea Buscemi, Thyago Alves, Maurizio Battista
Origine: Italia, 2011
Distribuzione: Medusa
Durata: 93'