Fiori di equinozio, di Yasujiro Ozu

Restaurati digitalmente dalla Shochiku e distribuiti nel Belpaese dalla benemerita Tucker, sei film di Yasujirō Ozu impreziosiscono l’estate cinefila, riportandoci ad atmosfere oramai inconsuete, a una poetica rigorosa e riflessiva avvinghiata alla quotidianità, alla vita. A uno stile trascendentale, per dirla alla Schrader (Il trascendente nel cinema. Ozu, Bresson, Dreyer, Donzelli Editore, Roma 2010).
La seconda delle sei uscite è Fiori d’equinozio (Higanbana, 1958), prima pellicola a colori di Ozu e testimonianza di un cinema fatto di microscopiche variazioni, di una ricerca formale e contenutistica che si rinnova nella ripetizione. La dichiarazione di Ozu «sono come un pittore che continua a dipingere la stessa rosa all’infinito», citata da Kiju Yoshida (L’anti-cinema di Ozu, Franco Cesati Editore, Firenze 2008), è una delle possibili chiavi d’accesso al delizioso Fiori d’equinozio, storia familiare in bilico tra melodramma e commedia. Uno shōshimin-eiga dalla messa in scena geometrica, fatta di interni e pochi ma significativi esterni, di passioni trattenute, appena sussurrate, e di un conflitto padre-figlia che riassume lo spartiacque storico e sociale che attraversava il Giappone degli anni Cinquanta e Sessanta.

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fiori-d-equinozio2Il cinema di Ozu è ripetizione e sottrazione. Ritroviamo in Fiori d’equinozio le scarne scelte stilistiche, via via sfrondate da carrellate, panoramiche, movimenti di macchina e altri orpelli; gli attori impegnati in ruoli ricorrenti, come maschere di una commedia eterna (Chishū Ryū, Shin Saburi, Nobuo Nakamura); la famiglia, il matrimonio, la dialettica generazionale; i titoli stagionali che si rincorrono, tra autunni e primavere. Ritroviamo l’immancabile co-sceneggiatore Kōgo Noda e quella prassi creativa che non lasciava nulla al caso: scrittura minuziosa, storyboard pronti per essere trasposti su pellicola, sequenze ripetute decine e decine di volte.
Non c’è improvvisazione, così come non ci sono concessioni all’arrembante cinema giovane, alla generazione ribelle dei tayōzoku (La stagione del sole, Kurutta kajitsu, di Nakahira Kō è del 1956), al cinismo o alla occidentalizzazione galoppante. Il cinema di Ozu, in poetico equilibrio tra tradizione e rinnovamento, sperimenta con parsimonia, confrontandosi con il colore solo nel 1958, proprio con Fiori d’equinozio, sette anni dopo Carmen torna a casa (Karumen kokyō ni kaeru, 1951) di Keisuke Kinoshita.
Ozu opta per le pellicole Agfa, che esaltano il rosso, colore che spariglia le carte e che sembra poter infrangere la linearità del racconto (e della vita) e le linee fin troppo precise della casa della famiglia Hirayama. Il rosso dei lycoris abbelisce il kimono di Yukiko, ragazza moderna che non vuole cedere alle pressioni della madre e che mette spalle al muro, con un giocoso tranello, Wataru Hirayama: un’alleanza femminile che sgretola tradizioni e patria potestà. Il conflitto in Fiori d’equinozio è all’acqua di rose, perché il passato è già dietro le spalle e Wataru non è tradizionalista a oltranza. Come il cinema di Ozu, nostalgico ma aperto ai cambiamenti, acuto osservatore di un presente che muta lentamente. Ozu è il cantore della semplicità, di una classe media che deve fare i conti con la vita moderna, con le grandi città, con le aziende e gli uffici, con il distacco dalle tradizioni, dal passato, dalla natura. Un cinema di evoluzioni più che di conflitti.

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Diversamente dai genitori troppo tradizionalisti, ma anche dai figli ingrati di Viaggio a Tokyo (Tōkyō monogatari, 1953), Ozu non rifiuta i mutamenti culturali e sociali, come non si oppone sterilmente ai cambiamenti tecnici del cinema: con i suoi tempi, gli stessi dei suoi racconti, filtra e assimila, aprendo alle istanze degli anni Cinquanta e Sessanta, e abbracciando a suo modo il colore.

fiori-d-equinozio3Lo spazio scenico di Fiori d’equinozio è ridotto, quasi minuscolo. Piccole porzioni di casa Hirayama, l’ufficio, l’entrata della casa di Masahiko, un paio di locali, tra bar e ristorantini. Poi qualche esterno, sempre essenziale, come il vicolo del locale Luna o il lago, incorniciato dagli alberi, della gita di famiglia ad Hakone. È il mondo della famiglia Hirayama o, come scriveva Donald Richie, «l’intero mondo è compreso in un’unica famiglia» (Japanese Movies, Japan Travel Bureau, Tokyo 1961). Ancora Yukiko e il suo fiocco rosso smuovono la fissità della messa in scena, della macchina da presa ad altezza tatami, con quella camminata vivace che sfida le linee dei corridoi, delle porte scorrevoli, dei quadri nei quadri. Yukiko, ancor più degli amanti presto sposi Setsuko e Masahiko, è il volto del Giappone giovane, proteso verso il cambiamento, indipendente ma con moderazione.

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Fiori d’equinozio è uno degli imperdibili tasselli della ritualità di Ozu. Una ritualità estetica e narrativa che ha osservato con sguardo rigoroso la famiglia e la società giapponese dopo il dramma della Seconda guerra mondiale, entrando in punta di piedi nelle case e negli uffici negli anni della ricostruzione e del cambiamento: Tarda primavera (Banshun, 1949), Buon giorno (Ohayo, 1959), Tardo autunno (Akibiyori, 1960), Il gusto del sakè (Sanma no aji, 1962), Inizio di primavera (Sōshun, 1956), Viaggio a Tokyo
Una ritualità che ha saputo tener conto del passare del tempo, dai singoli giorni alle stagioni, proiettandosi nel futuro, fino a oggi e fino a quando si parlerà di cinema. «Troppo presto la primavera cede il passo all’autunno».

 

Titolo originale: Higanbana

Regia: Yasujiro Ozu

Interpreti: Shin Saburi, Kinuyo Tanaka, Ineko Arima, Chishu Ryu, Yoshiko Kuga, Nobuo Nakamura

Distribuzione: Tucker Film

Origine: Giappone, 1958

Durata: 118′