Folle d’amore – Alda Merini, di Roberto Faenza

Al netto della produzione Rai che non ne dissimula la destinazione televisiva, è comunque un film tenero, evidentemente sentito, a tratti toccante. #TFF41 Fuori Concorso.

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«Io diventerò un poeta!», urla la piccola Alda in faccia alla madre in una delle prime scene di Folle d’amore – Alda Merini di Roberto Faenza. Siamo indicativamente a metà degli anni Quaranta, subito terminato il secondo conflitto mondiale, e la famiglia Merini è seduta al tavolo della cucina per discutere il futuro di questa esuberante ragazzina: l’ultimo esame di italiano non è andato bene, così i suoi genitori stanno pensando di ritirarla dagli studi e poi trovarle un lavoro adatto a una signorina. Insomma, sembra l’ormai tristemente nota condizione femminile già raccontata in molte vicende. Solo che questa volta ne è oggetto colei che è forse la più talentuosa poetessa italiana del secolo. E se non la più brava, indubbiamente la più popolare, che sia per le apparizioni pubbliche o per i versi virali sui social network. È la stessa Alda Merini a narrare la sua tragica vita, ascoltata da un giovane Arnoldo Mosca Mondadori, il quale la conosce per caso nel 1997 e per anni trascorre con lei tempo prezioso.

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La cornice di questi colloqui si alterna quindi a una manciata di lunghi quanto riusciti flashback, i quali ricostruiscono i passaggi chiave di un’avventura nei meandri della fragilità umana: dalla triste relazione, ancora adolescente, con uno scrittore più anziano di lei al matrimonio con un panettiere il quale la farà rinchiudere in manicomio in seguito a una lite domestica, esperienza che la segnerà per sempre. Al netto della produzione Rai che non ne dissimula la destinazione televisiva, il nuovo film del regista torinese condensa in poco meno di due ore una mole notevole di avvenimenti tragici, sempre però rimanendo cautamente estraneo alla crudezza. Incisiva Rosa Diletta Rossi nelle belle sequenze centrali, indecisa sul tono da tenere Laura Morante in quelle d’epoca più recente. Un film tenero, evidentemente sentito, a tratti toccante. Se in senso generale rimane coerente con il cinema precedente del suo autore in tema di donne alle prese con l’ingiustizia del mondo, nello specifico ne ricalca alcuni momenti come la dinamica medico-internata di Prendimi l’anima (2002), anch’esso ambientato in un ospedale psichiatrico e girato presso i suggestivi spazi della Certosa di Collegno.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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