Frammenti di un incontro: Ghezzi racconta Schegge

In occasione del 25esimo compleanno del programma Schegge, che segna l'inizio dell'ininterrotta collaborazione dell'autore con Rai3, Enrico Ghezzi è il protagonista dell'ultimo incontro/case study proposto dalla scuola di cinema Sentieri Selvaggi. Dopo la visione di Blast of Silence di Alan Barron, Ghezzi assume la sua posa da intermediario tra lo schermo ed il pubblico. Il film proiettato, però, non ha una particolare attinenza con quanto discusso: che sia Model Shop di Demy o Night of The Living Dead di Romero, l'importante è essere avvolti dall'immagine, non perdere mai di vista il ruolo decisivo che gioca nella società contemporanea, e la priorità che assume nella riflessione teorica di Ghezzi. Che cos'è dunque l'immagine in movimento per Ghezzi? Il titolo dell'incontro, criptico e provocatorio allo stesso tempo, offre il punto di partenza del discorso:

 

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“Mi è sembrato di vedere un gatto” (3)

 

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la celebre frase di Titti nell'avvistare la coda/ombra di gatto Silvestro, è la verità base dell'esperienza cinema: pura illusione, parvenza di sguardo. La frase poli-uso, incarna perfettamente la subliminalità effettiva del cinema, che parte, banalmente, proprio dal mancato collegamento tra i singoli frame. E se è la frase a salvare la vita al canarino, è anche lo spunto da cui si attiva il pensiero, che necessariamente dovrà fare i conti con questa condizione di apparenza e di inganno, resa ancora ancora più evidente dal medium cartoon. Da qui la serialità della titolazione (3), spunto sempre uguale a se stesso ma fondamentale presa di coscienza per ogni ragionamento possibile.

 

La storia di Schegge, riportata alla memoria ad intermittenza (vengono ricordate le varie configurazioni del programma, da Schegge Jazz alla maratona di 40 ore Magnifica Ossessione, i “grandi mostri riempitivi” e l'importanza del sodalizio con Angelo Guglielmi), cede da subito il passo all'idea, vero apparato teorico, che ha animato la realizzazione del programma. In un'Italia ricca e folle di immagini, dove le reti private e locali unite alla dirompenza della pubblicità (“già allora il più grande spettacolo del mondo”) modificavano la percezione del reale attraverso un surplus di immagini. Nasce così in Ghezzi, da subito, una necessità ed un'impellenza di far partire un circo continuo di immagini, vere e proprie “idee di cinema, ruvidamente passato in televisione”.
Ed è proprio nel confronto tra immagine e realtà (esasperato dalla televisione), tra apparenza e vita, che si muove l'esperimento di Ghezzi. Le schegge, tali perché “frammentate e nello stesso tempo difficili da maneggiare”, si collocano nell'eterno ritardo dell'immagine, nel suo essere inconsapevole passato, evento accaduto, negazione del movimento e, allo stesso tempo, paradossale riproposizione della vita. È nell' ”ambizione narcisistica” di esasperare questa crepa, di andare oltre la differenza che si segnala da sola, che le schegge impongono la totale anarchia dell'uso, vera e propria impraticabilità del linguaggio. Fuori dai tracciati già scritti, il programma viene pensato per un non pubblico: per chi non ha rinunciato a lottare con le immagini.
Il modello di riferimento è dichiaratamente Andy Wharol, artista che riusciva a mantenere integri gli oggetti pur inserendoli all'interno della “macchina delle immagini”. La mancanza di coordinate nelle Schegge, o se si vuole, in tutto il pensiero di Ghezzi, si appella a questa prima volontà di integrità e mancata ricontestualizzazione. “La scelta di non dare informazioni”, da dove provengano le immagini, ad esempio, “non è sadismo. È il lasciare la cosa come tale. Sogno, realtà, godimento”. Schegge esige “l'apertura a non capirle [le immagini], credere di non capirle. La finzione è il sapere.” Come nel cinema, “le difficoltà della vita nascono dall'impossibilità di proiettare insieme due immagini”, sovrapposizione e dissolvenza.

 

Il pensiero fluido di Ghezzi scorre senza argini, è indistinguibile (proprio come l'acqua digitalizzata del Titanic di James Cameron) se non vivisezionato meticolosamente. Come tante piccole schegge che lacerano la pelle ed aprono nuove ferite, infiniti sono gli argomenti e le situazioni trattate. Una sfilza di immagini, autori, eventi, sono rievocati in un discorso razionale ma inafferrabile. Non è un parlare per pochi eletti capaci di colmare da soli le infinite lacune conoscitive, ma è rivolto proprio a chi è disposto ad ospitare su di sé gli spazi, le ferite provocate dalle schegge. E di fronte all'uomo “indifferente alla materia” che annulla la direzionalità del tempo, sembra quasi che la sua figura si sia sdoppiata in un bambino (suo nipote?) presente in sala che fa di tutto per attirare l'attenzione sulla sua immagine, e interrompere la lezione. Quasi a chiudere il cerchio, rimane affascinato dalle immagini di Night of the Living Dead e non può fare a meno di spiegarle a noi, il suo pubblico. Si ritorna dunque a quella condizione riecheggiata nel titolo, a metà tra sogno e realtà, dove l'immagine si è rivelata nella sua fondamentale ambiguità.

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Ha proprio ragione Ghezzi :”A pensare la propria immagine non puoi che perdere la testa.”