High Flying Bird, di Steven Soderbergh

I be feelin’ like Prince in ’84

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Mike in ’79, Biggie in ’97, ’94 Nas
Ali bomaye, no kumbaya
I’m afraid the whole game would be colonized
The marathon will be televised for N.I.P.
‘Cause true kings don’t die, we multiply, peace

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Tutto quello di cui hai bisogno è una mango season, si dice agli atleti, quel momento miracoloso in cui ti evolvi a dismisura, e neanche te ne sei accorto, ma eccoti lì che sei improvvisamente alto 1.97, pronto ad entrare in NBA. La mango season è invisibile, è una crescita che appare mentre sei distratto a pensare ad altro, agli allenamenti o, forse, alle ragazze. Steven Soderbergh, che è stato una rookie ad Hollywood ai tempi di Sesso, bugie e videotape e che ha ben presto imparato come distrarre il Sistema per non farsi sfruttare come forza lavoro anonima alla base della piramide (non usare metafore con la schiavitù!), continua ad indicarci la via verso dove guardare davvero, mentre l’intera industria ci vuole convincere a fissare l’attenzione da un’altra parte.
Tutto High Flying Bird è un’operazione di messa a nudo dei meccanismi dello spettacolo (the game…), che la verità la pone sotto i nostri occhi sin dall’inizio, in quel pacco giallo che contiene “una bibbia”, e che circola tra le mani dei personaggi per essere scartato solo alla fine: questo devi leggerlo assolutamente! viene detto alla matricola Erick Scott, o allo spettatore?

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Se è vero, com’è vero, che gli organismi dialoganti delle piattaforme contemporanee ci obbligano al fact checking e alla nota a margine, High Flying Bird “costringe” ricerche quantomeno su lockout, Richie Havens, The revolt of the black athlete di Harry Edwards, e forse anche sullo strepitoso libro di Abdul-Jabbar su Harlem, uscito nello stesso periodo: ma qual è veramente la chiave giusta, il link funzionante?
Sta tutto nella superficie, come ti insegnano a vedere i dispositivi mobile che non permettono alcuna profondità, e con cui Soderbergh gira il film, ancora una volta: e infatti la prospettiva è affidata al sonoro, anch’esso senza alcun effetto di prossimità o distanza, con i dialoghi che sembrano parlare la lingua binaria dei dati e delle statistiche, come nell’ultimo Laundromat o negli infiniti brunch di Effetti collaterali.

L’intera strategia di Ray Burke sembra allora quella di seminare indizi e false piste, come se non fosse più possibile recuperare il contatto con l’esperienza non filtrata, il basket lo vedremo sempre di straforo, ripreso e trasmesso da schermi, telegiornali, video in streaming che circondano i protagonisti nei bar e nei voli privati: anche la trovata del flash mob per riportare il gioco per strada, agli uno contro uno e alla trasmissione citizen dei follower e dei social, per soffiarlo all’avidità dei padroni (nel live perenne sta l’unica rivolta ancora possibile?), si rivela solo una delle mani al tavolo della contrattazione. D’altronde anche la New York o la Philly che crescono intorno a questi meeting negli abitacoli delle macchine e ai piani alti dei grattacieli sono sfondi interscambiabili di lavori in corso (al World Trade Center…), vetrate e vialoni: Ray Burke attraversa ogni location perennemente con la testa nello smartphone, dunque che differenza fa? In questa maniera Soderbergh abbatte del tutto gli steccati con l’apparato stilistico delle produzioni non-fiction di Netflix, gli show o le docu-serie, dove risiede il vero abisso del portale.

E’ per questo che High Flying Bird è inequivocabilmente il miglior titolo nel catalogo delle piattaforme streaming dell’annata 2018/19: ne rappresenta, in più maniere, probabilmente il manifesto, mentre tratteggia le istanze politiche della situazione ventura, come un infiltrato dentro Netflix, alla stregua della lunga sezione ad Atlanta di Mindhunter S02, un altro dispositivo di analisi numeriche fallaci, di profili e identità comunitarie non corrispondenti. E se il colpevole fosse solo chi si affida ai protocolli, alla fine, come suggerisce Charles Manson (e come sa bene Kyle MacLachlan, travasato dalla Las Vegas di Lynch alla sauna di High Flying Bird)?

Quando Simba guarda la propria immagine nello specchio dell’acqua, nel cruciale Re Leone di Favreau, non riconosce se stesso e nemmeno la discendenza paterna in quel volto tratteggiato con precisione fotorealista: è il deepfake di un leone parlante, ormai, non più un personaggio animato – è lo stesso slittamento che Soderbergh opera in questi suoi esperimenti con l’iphone che riscrivono incessantemente il concetto di ripresa del reale e del relativo, abissale occultamento. Un altro film profondamente innervato di black culture (ne scrivo sull’ultimo OM, ma date quantomeno un ascolto a The Gift, l’album di Beyoncé legato all’uscita in sala, e a hit come Mood 4 Eva o My Power), il nuovo Lion King è innanzitutto un monito a cui ripenseremo spesso quando tra poco tempo sarà impossibile distinguere noi stessi dalle nostre repliche “liberate” dai meccanismi di riconoscibilità facciale.
High Flying Bird si svolge apertamente in un futuro dove questa commistione (confusione?) è già avvenuta, ed è all’ordine del giorno: la vera posta in palio, quella per cui si dettano le condizioni della sopravvivenza stessa del gioco, è ancora una volta quella per il controllo dell’identità.