HORROR & SF – The Oregonian

the oregonian
Horror. Hillbilly horror. Satanismo. Coven Film. Acid-trip B movies. E il definitivo “colossal mindfuck nightmare”. Diversi ma uguali tag sono stati incollati al seguito di The Oregonian, uniti nel loro tentativo di razionalizzare strutturalmente una pellicola che ha nella sua stessa necessità di visione una repulsione e un respingimento per ogni tentativo di avvicinamento

Una ragazza si risveglia, insanguinata e senza memoria, dopo un incidente d’auto. Scopre di aver ucciso un uomo e una bambina che stavano facendo un picnic. Si incammina per tornare indietro, ma una sfera di luce e suono le impedisce di proseguire. La ragazza inizia a vagare per i boschi e i sentieri e le strade. Incontra, uno dopo l’altro, la Red Stranger, Omelette Man, Bud, mentre tornano dall’oblio i ricordi di Herb. Finché non le viene detto “You should not have come here”

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Horror. Hillbilly horror. Satanismo. Coven Film. Acid-trip B movies. E il definitivo “colossal mindfuck nightmare”. Diversi ma uguali tag sono stati incollati al seguito di The Oregonian. Diversi ma uguali perché uniti nel loro tentativo di razionalizzare strutturalmente una pellicola che ha nella sua stessa necessità di visione una repulsione e un respingimento per ogni tentativo di avvicinamento. E se vogliamo per i posteri dare comunque un giudizio di genere, allora non possiamo che ritirare fuori dagli annali i midnight moviesLa notte dei morti viventi, Pink Flamingos, The Rocky Horror Picture Show, Eraserhead, esempi di cinema libero e originale che non ha bordi né epiteti, se non una sala piena, nell’oscurità (il senso finale di ogni film?). Cinema puro quello che emerge dal primo lavoro di Calvin Lee Reeder, giovane sceneggiatore/musicista/regista già segnalato nel 2007 da Filmmaker Magazine nella sua “25 New Faces of Independent Film”. Un passato remoto da appartenente al gruppo post-punk The Intelligence, un passato prossimo da realizzatore di corti come Little Farm, The Rambler e The Snake Mountain Colada – veri e propri classici della rete e del circuito indipendente americano, da vedere sul suo sito –, un futuro che dopo l’esordio del 2011 con la premiere al Sundance, il passaggio al TFF all’interno della sezione “Festa mobile” e il premio del pubblico al Sarasota Film Festival, vede Reeder già alla firma di una nuova pellicola in uscita a giugno, The Rambler, extended version del suo short, e già acquistato dalla Anchor Bay per la distribuzione americana e worldwide in lingua inglese.

Ancora: Alejandro Jodorowsky, Nicolas Roeg, Kenneth Anger, David Lynch. L’immaginario, la storia, è quella tracciata da questi nomi, ma la filiazione non è diretta, non è derivativa: allontanando pulsioni retromani e post-moderne, Reeder traccia una propria parabola visiva e narrativa, che lambisce e si coagula con i molti mondi dominati dai demiurghi prima ossequiati, ma mai velando e direzionando il suo occhio, la sua penna. Lo sceneggiatore/regista/musicista si immerge senza cervello né corpo in questo atto filmico, che possiede spessore e materia contundenti. Urla, striduli, risate, fruscii, motori, compongono un wall of sound curato da Scott Honea, Jed Maheu e il regista stesso, un globo sonico che fa risuonare incessantemente gli alberi, gli oggetti, i personaggi, i movimenti, con stratificazioni e saliscendi a cui siamo sottoposti per tutto il film – ed è proprio una sfera di luce e suono (la Barbelith di Grant Morrison?) a costringere la ragazza-oregonian ad incamminarsi verso questo lato della storia… Ma Reeder lavora non soltanto sul piano fisico – e presentandoci una fotografia in grana rossa come nell’exploitation dei ’70, una pellicola che brucia più volte –, ma anche e soprattutto nel percorso evolutivo ed emotivo della vicenda, filmando e ri-filmando un voyage che diviene pura vibrazione, pura saturazione, pura densità. Buzz Pierce e il suo fondamentale montaggio – nonché autore degli splendidi titoli di coda – dà volume e massa a questi ottanta minuti, con jump-shot, sovraimpressioni, stacchi sul nero. L’incrociarsi delle linee visive e soniche è un’ellisse continua, un tornare indietro e avanti e a lato di quanto già visto prima (?), con visioni che si riversano dentro ricordi e viceversa, e la dimensione definitiva che si raggiunge è quella dell’happening né furente né movimentato, quanto una continua e sempre più penetrante oscillazione che diviene estensione, quasi gravità.

Eppure non è solo libertà e materia questo The Oregonian. Non è solo discesa programmatica verso le montagne sacre di Jodorowsky e i picchi gemelli di Lynch, discesa senza inibizioni e rimorsi. I crocicchi, i labirinti, sono visibili e tracciabili, come scorze da cui è possibile leggere con un analitico salto nel buio il precedente e il successivo percorso della ragazza: i bip di un macchinario, una violenza, un doppio. Questi momenti di altrove convivono apertamente e serenamente con gli atti normali della storia, l’Omelette Man che piscia in vari colori, i cocktail alla benzina, gli interni tappezzati di green screen, senza che si avverta uno stridore di piani, di intenti. Quelle strade, quelle ferrovie, quelle case pulsano come se avessero un cuore, grazie a precedenti esplorazioni filmiche – il Washington di Lynch, la California di Anger – e alla loro connaturata mole, solitudine. Uno spazio di terra dove i boschi, con quello che hanno dentro, premono su ogni cosa, e gli artefatti umani, sentieri, ponti, città, sono solo delle chiazze rasate su un’onda oscura che non finisce mai – “Something has changed in the trees”, ripete più volte Bud, al buio. Il pubblico se n’è accorto, di nuovo, venti anni dopo la cittadina di Twin Peaks, nella Seattle di The Killing, come consapevolmente ha fatto Reeder una volta visitata la città per preparare The Oregonian assieme alla sua ragazza-protagonista, Lindsay Pulsipher (True Blood, Justified). Tanto che è il prossimo The Rambler, che sembra un side-project al maschile di questo suo esordio, l’ha girato in New Mexico. A Roswell.

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