HORROR & SF – The Fourth Dimension

Niente flussocatalizzatori, piani cartesiani, configurazioni spazio-dimensionali, Einstein o Doc. Cos’è mai la quarta dimensione? Iper-realtà, stringa. Nella teoria della relatività è “semplicemente” il tempo, il movimento di un punto nello spazio. Ma allora non è poi così lontano dalla realtà esperienziale di tutti i giorni. Entrare nella quarta dimensione forse vuol dire solo muoversi, e quindi cambiare, evolversi, crescere. Mutare coordinate spirituali per entrare in una nuova dimensione di sé, possibilmente fatta di zucchero filato.

Non c’è fisica quantistica in questo The Fourth Dimension, esperimento cinematografico prodotto dalla VICE Films e voluto da uno dei boss della rivista, Eddy Moretti, che ha chiamato a raccolta i registi Harmony Korine, Aleksey Fedorchenko e Jan Kwiecinski per creare un trittico di episodi incentrati sull’idea della quarta dimensione, sbandierata ed evocata fin dal titolo ma della quale concretamente non c’è traccia. Bastano infatti pochi minuti di visione che il sapore del bluff inizia a farsi sentire, ammiccante nella sua autocompiaciuta furbizia come un postmodernista all’ultimo stadio. Si gioca di riferimenti e citazioni, ci si appaga apertamente (anzi testualmente) dell’inganno concepito nei confronti dello spettatore, ma se si riesce a resistere alla tentazione di respingere in toto il film un senso inizia a dispiegarsi, un filo rosso che accomuna le tre esperienze raccolte, apparentemente così diverse e aliene al canonico concetto di fantascienza. Perché qui, come si diceva, a contare è la dimensione spirituale, l’idea che la quarta dimensione possa essere solo uno stato del sé da raggiungere per avere una nuova percezione della propria persona e del mondo. Un senso si dispiega, anche se la sensazione di aver assistito ad un gioco a porte chiuse non sparisce facilmente. Ne vale la pena?

Autore del primo episodio, Harmony Korine prende di petto la natura ingannevole di The Fourth Dimension, scaricando sul suo psichedelico Lotus Community Workshop gran parte dei rischi dell’operazione. Il suo corto infatti, con protagonista un imbolsito, irresistibile Val Kilmer alle prese con una versione alternativa di se stesso, guru new age dal potere messianico, evoca costantemente la quarta dimensione, tratteggiata e promessa dai discorsi di Val al suo pubblico di adoranti freaks, ma la rilega subito nella sfera dell’inganno, del bluff. Nel contesto altamente lisergico di una sala da ballo uscita da Las Vegas (colori acidi, musica techno, neon ed effetti di luce), il guru Kilmer promette infatti che dalla fiducia in sé possa sorgere una nuova dimensione di felicità, una realtà concreta e alla portata di tutti fatta di zucchero filato e sogni realizzati. Basta uscire dalle luci acide della convention però per trovare il predicatore tra cibo schifezza e videogame sparatutto, intento in frivolezze medioamericane dallo scarso carico di spiritualità. Non sappiamo se la quarta dimensione esista effettivamente, di sicuro però in America la si può vendere agli allocchi e ai disperati.

Ben più serio, profondamente russo e per questo tinto di disperazione, Chronoeye di Aleksey Fedorchenko è l’unico episodio del trittico ad abbracciare la tematica fantascientifica, declinata nei termini puramente sovietici della riflessione metafisica sull’identità dell’uomo e i limiti del suo agire. Protagonista è un determinato scienziato intento a costruire una macchina del tempo, capace però di guardare al passato solo attraverso il punto di vista di un essere umano qualunque. Quale che sia la data e l’evento storico prescelto il risultato è sempre lo stesso, uno sguardo disattento e inconsapevole diretto su dettagli ininfluenti mentre ad un passo da lì si fa la Storia. La frustrazione dell’uomo però è duplice, l’occhio di Dio da lui evocato, l’unico capace di cogliere la realtà nel suo insieme, gli serve per gettare un ultimo sguardo alla perduta moglie, ma l’unico punto di vista che trova è il suo, distratto da una sonata al pianoforte e lontano dall’essenziale, nascosto dietro l’angolo dell’occhio. Forse la sua quarta dimensione sarà superare la perdita, smettere di scavare ostinatamente nel passato per riuscire a guardare nuovamente il futuro.

Chronoeye risolleva finalmente gli esiti di The Fourth Dimension, confermando Fedorchenko come un autore estremamente consapevole della natura poetica ma parziale dell’immagine. Peccato allora che con il seguente Fawns del giovane Jan Kwiecinski si ritorni ad odorare la pochezza dell’operazione tutta. Il corto del giovane polacco segue apparentemente i canoni dell’horror di esplorazione, quello in cui un gruppo di temerari visita un posto affascinante e sconosciuto per venire poi catturati uno alla volta dalle forze che lo abitano. Ancora una volta però il gioco è di apparenze, perché tutto il corto è un’unica metafora dantesca sull’evoluzione interiore, e il passaggio da una gioventù rabbiosa e distruttiva ad un’età adulta responsabile, conquistata tuttavia solo dopo aver tastato con mano il peccato e l’errore. Ancora una volta la quarta dimensione rimane confinata dentro di noi, portato spirituale fin dalla nascita. Riusciremo a raggiungerla?

 

 

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