Il progetto di Sam Altman, CEO di OpenAI

Altman punta ad accorpare e spostare la filiera produttiva dei microchip in America, utilissimi all’assemblaggio dei computer e al machine learning

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La figura di Sam Altman è stata raccontata, nel 2016, da un lungo profilo realizzato da Tad Friend per il New Yorker. Qui, tra le altre cose, viene esaminata anche l’impressione che Altman suscita nel pubblico, col suo aspetto giovanile – quasi infantile. “Quando qualcuno guarda una mia foto dice: “Oh, sta provando questo, questo e questo”. Tutte queste emozioni le osservo con un intrigo alieno”. E in effetti ad apparire aliena è anche la provenienza stessa del CEO di OpenAI, da outsider, che grazie all’intuizione nell’ambito dell’intelligenza artificiale ha saputo rendere all’azienda un fatturato superiore ai due miliardi di dollari su base annua, rendendo la società tra le maggiori, in termine di crescita, nella storia. Prima di lei solo Google e Meta. E l’ascesa non sembra destinata a fermarsi; OpenAI, secondo il Financial Times, sarebbe in grado di raddoppiare i suoi ricavi entro il 2025, dato il sempre maggiore interesse delle aziende (e dell’esercito) nei confronti di questa nuova tecnologia.

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L’exploit di Sam Altman inizia con il lancio di ChatGTP. Anche se paradossalmente, stando al profilo di Friend, Altman ha “interessi ristretti nella tecnologia“. I suoi punti di forza, ha concluso Friend “sono la chiarezza di pensiero e la comprensione intuitiva di sistemi complessi. La sua grande debolezza è la totale mancanza di interesse per le persone inefficaci, cosa che sfortunatamente include la maggior parte di noi. All’inizio ho trovato la sua assiduità allarmante, poi gradualmente accattivante”. Sono questi i tratti del nuovo volto del capitalismo digitale, di una delle personalità più in voga e acclamate dalla Silicon Valley negli ultimi anni.

Il motivo è presto detto. Altman difatti aderisce, nella sua filosofia personale e lavorativa, alla religione della “tecnocrazia” più estrema. Con questa sua totale conversione all’accelerazionismo è quindi sottinteso che secondo Altman, e chi come lui, tecnologia e progresso sono i baluardi della democrazia moderna. Il progresso, secondo questa corrente di pensiero, è benefico per ogni aspetto della società moderna: crescita economica, sanità, produttività, istruzione e persino crisi climatica. Sam Altman, col suo impero in rapida espansione, punta quindi a compiere delle imprese fuori dal comune, affidandosi allo sviluppo e al commercio delle IA e al conseguente impatto su scala globale che queste ultime avranno nella vita di tutti.

Ad accendere nuovamente i riflettori su di lui è stata una recente proposta avanzata da Altman stesso. Il CEO avrebbe chiesto al governo degli Emirati Arabi Uniti, e vari altri investitori, una somma di 7000 miliardi di dollari per un progetto smisuratamente enorme, che ha a che vedere con la filiera della produzione di microchip e componenti elettronici. Ma cosa connette la produzione di chip e semiconduttori alle IA? A quanto sembra Sam Altman sarebbe intenzionato a spostare geograficamente la produzione di componenti elettronici (utili alla costruzione dei computer) per facilitare tutte le fasi produttive: la produzione, appunto, la distribuzione e l’assemblaggio. Accorpando queste parti in effetti si otterrebbe un notevole incremento del settore tecnologico. Ma i problemi logistici e pratici sono impossibili da ignorare.

Con questa gigantesca somma di denaro, si sarebbe “in grado di accorpare Nvidia, TSMC, Broadcom, ASML, Samsung, AMD, Intel, Qualcomm e ogni altro produttore di chip, progettista, detentore di proprietà intellettuale e fornitore di apparecchiature di conseguenza nella loro interezza – e si avrebbe ancora una rimanenza di 3 trilioni di dollari”. Inoltre gli interessi di Altman sembrano rivolti maggiormente a uno specifico chip, il GPUs (graphics processing units, unità di elaborazione grafica), utilissimo per il machine learning. Il costo di una fabbrica di chip è di circa 20 miliardi di dollari, e per diventare pienamente operativa, tra costruzione e inizio della produzione impiegherebbe circa quattro anni. Inoltre va messo in conto anche l’enorme spreco e inquinamento dell’acqua richiesta.

Ma facendo un passo indietro, tornando al 2020, ricordiamo come la questione microchip è stato un argomento politico parecchio centrale. Perché proprio durante la pandemia si è verificata una delle più grandi crisi nel mercato dei microchip. Il problema è stato proprio la reperibilità degli stessi, data la loro difficoltà nella costruzione e l’elevata complessità della strumentazione richiesta. Il centro pulsante di questo settore tutt’oggi è Taiwan (perlomeno fino a quando Altman non metterà le mani su quei 7000 miliardi), che da decenni ricopre un ruolo complesso, in bilico tra indipendenza e controllo da parte della Repubblica Popolare Cinese – che ne ambisce il controllo. La fiorente economia dell’isola taiwanese infatti è retta proprio dal settore terziario, quello tecnologico, che ha messo in piedi negli anni. E la crisi del 2020 ha evidenziato proprio la complessità del mercato di microchip, che oltre a essere molto dispendioso in termini economici e tecnici, è anche difficile da creare laddove il punto di partenza è vicino allo zero. In conclusione, il progetto di Altman sembra volto allo già citato spostamento “geografico” dell’intera filiera. E la richiesta di fondi agli Emirati Arabi Uniti sottolinea un cambiamento del polo produttivo che pare allinearsi alle più recenti tendenze socio-politiche.

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