In guerra. Incontro con Stéphane Brizé e Vincent Lindon

Dopo essere stato nominato Film della critica dal SNCCI arriva nelle sale In guerra, nuovo lavoro di Stéphane Brizé.
A Cannes aveva raccolto applausi a scena aperta, restando però a mani vuote al momento delle premiazioni. Nanni Moretti però non deve essersi fatto scappare l’occasione e, in piena linea con le scelte di programmazione del Nuovo Sacher, organizza una proiezione anticipata nella sua sala a Trastevere (la distribuzione nazionale invece è prevista per il 15 novembre).
E proprio al Sacher abbiamo incontrato l’ormai indissolubile coppia Brizé/Lindon, arrivata con In guerra alla quarta collaborazione in 9 anni.
Sembra un matrimonio solido quello tra i due, talmente cementificio che fosse per Lindon se ne sarebbe rimasto in disparte limitandosi a sottoscrivere parola per parola ogni presa di posizione del regista. Per fortuna però dopo essersi scosso dal torpore iniziale è proprio lui a lanciare gli spunti più interessanti dell’intero incontro con la stampa. 

Capita quindi che l’iniziale chiusura a riccio su domande a cui siamo più che abituati tipo «Signor Lindon come è arrivato a recitare questo personaggio?», possano diventare il trampolino verso una conversazione interessante almeno quanto il film: «Non so come faccio a prepararmi ad un ruolo, non sono quel tipo di attore che va per due mesi in fabbrica per vedere cosa succede. Non mi metto a pedinare gli operai o cose del genere! Più semplicemente immagino un personaggio e mi ci infilo dentro, cerco di cominciare a viverlo. Questo perché nel mio cervello ci sono delle caselle dove inserisco dei gesti, parole, ricordi, movimenti che osservo nelle persone quando le incontro e, all’occorrenza, le vado a ripescare se devo impersonare qualcun altro.
Sono superstizioso quindi continuo a non voler sapere il mio modus operandi. In più trovo estremamente volgare chiedere a qualcuno in che modo lavora».
E alla fine il metodo con cui lavora Lindon tutto sommato viene a galla da solo: «Ho una fiducia estrema nel mio regista, un rapporto come quello che ho con Stéphane mi da la certezza che anche lui abbia voglia di intraprendere un viaggio che vada nella stessa direzione che ho in mente io. Solo così riesco a sentirmi a mio agio e quindi mi sento disponibile a correre dei rischi. Non capisco mai quale sia la sua intenzione finale, abbiamo una specie di tacito accordo: è come se mi dicesse “tranquillo Vincent, se il film non ci piace non uscirà”».
Metodo che passa anche e soprattutto per un’estrema attenzione al realismo, per una verosimiglianza che vira a tratti verso la non-fiction. Lo stesso Brizé afferma: «volevo raccontare in maniera dettagliata i ragionamenti di ogni singolo personaggio, fosse il sindacalista, l’operaio o il dirigente. Volevo che gli spettatori si facessero una loro opinione in riguardo a cosa non funziona nel mondo del lavoro oggi. Tutto è al servizio di legittimare In guerrala collera da parte dei lavoratori e dei dipendenti. Quella collera monta a seguito di settimane e mesi di tentativi per arrivare a determinati accordi. Sul piano dei dialoghi, le parole contano e hanno un senso:la parola più ricorrente del film è “competitività”, spesso associata alla concorrenza economica, colpevolizzando quindi operai e dipendenti perché è colpa loro se l’azienda non lo è abbastanza. In bocca ai dirigenti diventa sinonimo di margini di utile non sufficienti.
Abbiamo quindi fatto un lavoro di battaglia semantica, dando a ciascun personaggio la giusta grammatica».
A quel punto l’assist sulla situazione politico-sociale in Europa e nel mondo è presto servito e Brizé lo coglie al balzo: «Sempre più il mondo si fa schiacciare dalle paure, che spesso diventano voti per movimenti estremisti che formulano risposte semplicistiche, indecenti, grottesche. Noi oggi ci fermiamo a riflettere sul grottesco di queste situazioni, ma non tutti lo fanno. Spesso si chiede agli attori, ai registi o ai cantanti in riguardo alle idee politiche, ma secondo me certe domande andrebbero rivolte a chi governa, esigendo risposte non semplicistiche».  Gli fa eco Lindon che conclude: «Il mondo è governato dall’1% di persone che hanno il 99% delle ricchezze. Le persone sono fondamentalmente egoiste, non si curano delle questioni sociali fin quando non viene intaccato il proprio orticello. Il fatto è che sono anche fortemente scoraggiate da quanto avvenuto in passato, quindi anche la voglia di manifestare dissenso sta morendo».

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