Jean-Paul Belmondo, una faccia in prestito

Una faccia in prestito, scolpita, come quella di un pugile fallito. Un gigolò, forse un killer, non immorale, colmo di una impudicizia provocatoria, ineguagliabile. Omaggio al mitico attore

Da dove cominciare? Probabilmente dalla fine, dalla quasi fine della fine dell’ultimo respiro… Jean-Paul Belmondo nel 2001 è colpito da un’ischemia cerebrale, dieci anni più tardi riceve la Palma d’Oro alla carriera al Festival di Cannes. Nel 2016 il figlio pilota automobilistico Jean Alexandre gira il documentario Belmondo par Belmondo , nel 2017 esce l’autobiografia, “Mille vite, la mia”. Ce n’è voluto per convincerlo a partecipare al documentario, ce n’è voluto riscrivere la sua vita, perché la reticenza, le cose dette e non dette, dominano la scena.

A 88 anni ci lascia, colui che ha regalato il “belmondismo”, il mondo in cui i pochi eletti a farne parte si rifiutano di scrivere le proprie memorie, perché inutile, come quelli che non possono farne a meno, a volte, troppo spesso, semplicemente per la paura di essere dimenticati, di non lasciare traccia alcuna. Fino all’ultimo respiro, Belmondo, tra Godard, Melville, Chabrol, Truffaut, Resnais, il filone più commerciale degli anni 60/70 e crepuscolari pellicole di genere senza controfigura, il nero si tinge di rosa, piccolo Cesare diventa Borsalino, futuristica trasformazione. Nipote di un fabbro, figlio dello scultore italiano, Paolo Belmondo, prima si batte il ferro, poi si modella la pietra e infine si diventa attore, Jean-Paul è una faccia in prestito, praticamente scolpita, potrebbe essere quella di un pugile fallito. Potrebbe essere un gigolò, forse un mostro, non immorale, colmo di una certa impudicizia provocatoria, caldo e affascinante, ma non bello. Molieriano (con il cortometraggio Molière, del 1956, di Norbert Tildian, avviene l’esordio), essenzialmente tragico nella sua teatrale ambizione trattenuta; espressionista nel peso dei gesti e dei simboli. Di spalle con le bracce aperte sulle corde di un ring, luminoso e oscillante, fino all’ultimo respiro. Sguardo molle nelle sue camice aperte sul petto glabro, con le sue labbra tumide.

Segnando “La viaccia” con Mauro Bolognini negli anni ’60, anche il cinema italiano avrebbe potuto prendere una strada parallela, probabilmente quella più esaltante. È stato l’embrione di tutti i “tori scatenati” della storia del cinema, padre perfetto, cinematograficamente parlando. Abituato ad improvvisare, a variare le battute, i colpi, in ogni ripresa, capace di fare con rigore qualunque cosa. Jean-Pierre Melville: “Si può far ripetere a un attore in venti modi diversi la stessa frase. Dirla in diciannove modi sbagliati e in un modo giusto, questo è alla portata di qualsiasi attore. Ma il dirla in venti modi diversi, e tutti giusti, è un’altra faccenda. Belmondo è capace di farlo”. Se di cavalli, stivali e sella, per le strade di Parigi se ne deve fare a meno, si può sopperire con un cappello, un impermeabile con una cintura e un bavero da rialzare quando piove. Ma come piove bene sugli impermeabili.

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Jean-Paul e una faccia in prestito, una maschera, una faccia da prete seduttore al quale piace eccitare le ragazze ma non possederle. Duro e strafottente all’apparenza, Jean-Paul è sempre stato ambiguo e contraddittorio, fino all’ultimo respiro, lontano da quell’algida compostezza, da uno stile rarefatto e geometrizzante. Maschere siamo e maschere resteremo, l’unico modo per trovarsi è perdersi. Parafrasando Godard, che Belmondo avrebbe, al primo incontro, volentieri lanciato dalla finestra: “Il cinema non è un mestiere. È un’arte. Non è una squadra. Si è sempre da soli; sulla scena come di fronte ad una pagina bianca… da scolpire”.

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