"La classe – Entre les murs", di Laurent Cantet

la classeIl regista adatta il libro di François Bégaudeau che ha riportato su carta la sua esperienza come professore e si confronta con un cinema magari più vicino alle prime commedie politiche di Robert Guédiguian. Cantet dimostra dimestichezza e agilità stilistica tra docu-film e formato fiction che tanto ricorda i fratelli Dardenne, senza pero’ farsi “schiacciare” dalla macchina da presa. Palma d’Oro al Festival di Cannes

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la classeLaurent Cantet adatta il libro di François Bégaudeau che ha scritto della sua esperienza come professore ed è anche il protagonista della pellicola. Il piccolo microcosmo di una classe multietnica diventa cassa di risonanza di tutte le questioni sulle quali la società occidentale deve ormai confrontarsi. Tra l’altro in paesi come l’Inghilterra, la Germania e la stessa Francia queste tematiche sono fortemente sentite già da diversi generazioni. Rapporto con il sapere e la sua trasmissione, ma anche rapporto con il potere, con un certo ordine sociale. Il regista segue la sua classe per tutto l’anno scolastico nella periferia parigina. Lavora per la prima volta nella sua carriera con il digitale HD con almeno tre punti di vista che continuamente s’intrecciano: il primo punta su François, il professore che lasciava la parola ai suoi allievi, il secondo sui ragazzi della classe e il terzo è alla ricerca continua di tutti i dettagli degli sguardi, delle assenze di sguardi. Avere tre prospettive che si muovono simultaneamente genera in tempo reale quadri di raccordo e il ritmo del narrato. Richiesta del diritto ad una corretta rappresentazione delle cose. La banlieue di Parigi non è solo quella di Kassovitz e rivendica una vita “normale” fuori per una volta dai clichè violenti dove si muore e si uccide all’unisono. La banlieue può rivivere anche in una favola che riflette sull'appartenenza a una comunità e sui rapporti etnici: un cinema magari più vicino alle prime commedie politiche di Robert Guédiguian. Cantet dimostra dimestichezza e agilità stilistica tra docu-film e formato fiction che tanto ricorda i fratelli Dardenne, senza pero’ farsi “schiacciare” dalla macchina da presa. Schivate estetiche “accentratrici” non comunicanti, lo sguardo del regista si chiude accrescendo paradossalmente la tolleranza reciproca tra territorialità a superficie ridotta e congestionamento visivo.

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Non si eccede a giocare sui piani stretti e sul dialogo serrato, sui movimenti “sporchi” di macchina, ma piuttosto sulla spontaneità attoriale (quasi tutti gli interpreti sono dilettanti) e sulla capacità di abitare la distanza. Condividere il gergo, l’immaginario, i valori dei sobborghi, il rap della lingua parlata che scandisce il tempo e misura lo spazio. Uscire dai propri linguaggi, dai propri gesti; uscire da se stessi e andare verso un altro linguaggio, altri gesti, altri mondi. I giovani al di qua del muro sono di una periferia appendice, di un filtro della catena esistenziale, di un incrocio estasiante. La periferia è una polveriera, un laboratorio di esperimenti e di riscatto contro chi negozia sicurezza con la libertà. La periferia è una dimora, uno stadio divoratore: non un limbo, un non-luogo desertificato e scorporante. Periferie con ancora un centro e con ancora un senso della propria identità. La piazzetta della ricreazione diventa ancora centro di una rappresentazione teatrale, luogo d’incontro/scontro, di aggregazione/disgregazione. Scoprire che lo schermo protettivo, di sbarramento, è saltato tra la metropoli e la sua realtà suburbana e che è stato rimpiazzato da un infinito quanto inattaccabile ritmo tribale dove il cinema si sente e si subisce. E’ complicato immaginare questo film doppiato, ma la speranza è quella di poterlo vedere presto anche in Italia, per la sua forza di essere anche un’opera trasversale che concilia cinema e TV, per riuscire a condensare la portata pedagogica con il trasporto visivo delle sue facce, i suoi occhi, le sue passioni. Semmai ci piacerebbe vederlo “sdoppiato”, nel senso di poter evidenziare, all’interno comunque della sua drammatizzazione, una certa autoironia di fondo e la sua teatralizzazione che segnano con una distanza rispettosa e dignitosa ciò che sfugge dalla e della scrittura. Cantet oscilla tra tragico e comico, alludendo mai precisamente all’uno e all’altro, ma semplicemente con ciò che sfugge, con ciò che la macchina da presa rimanda.

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Titolo originale: Entre les mur

Regia: Laurent Cantet

Interpreti: François Bégaudeau, Passim Amraby, Laura Baquela, Cherif Bounaidja Rachidi, Juliette Demaille, Dalla Doucoure

Distribuzione: Mikado

Durata: 128’

Origine: Francia, 2008

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