La palisiada, di Philip Sotnychenko

Ambientato nel 1996, rivela il talento del cineasta ucraino al primo lungometraggio con un film che va atteso e ricostruito ma di grande potenza espressiva e profondamente politico. #TFF41 Concorso

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Ricostruzione di un delitto. Dopo un lungo prologo prima dei titoli di testa che ha un epilogo beffardo da commedia nera, La palisiada ondeggia tra le forme di uno straniato thriller e il documentario. Ambientato nel 1996, cinque mesi prima della moratoria sulla pena di morte, incrocia le esistenze di un detective di polizia e uno psichiatra forense accomunati dal fatto che tempo prima sono stati entrambi innamorati della vedova della vittima.

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La memoria si contamina con lo sguardo verso il futuro in un cinema che procede per frammenti dove tra immagini in tv e simulazioni con il manichino incappucciato torna a galla il giorno in cui è avvenuto il crimine. Lavora sull’archivio il cineasta di Kiev Philip Sotnychenko, classe 1989, che per realizzare La palisiada ha studiato gli archivi VHS dell’Ucraina degli anni ’90 che poi ha utilizzato per il suo film. Le immagini sporche, la loro natura analogica, sono utilizzate con grande intelligenza sia da un punto di vista narrativo e formale. C’è già la ‘polvere del tempo’ in quei teli di plastica che coprono gli armadi al centro della stanza all’inizio del film. Ed è la stessa ‘polvere del tempo’ che si deposita su quelle immagini con squarci da crime-movie dove mettere insieme i pezzi mancanti. Ci sono interrogatori lunghissimi che sembrano interviste, inquadrature fisse come nella cena nella parte iniziale dove è proprio la parola che crea tensione.

Tra finzione e sperimentalismo, La palisiada mostra forse un debito nei confronti del cinema di Aleksej German. Ma trova anche in modo autonomo e coerente una propria strada soprattutto nel modo in cui crea l’illusione che non potrebbero mai più esserci stacchi di montaggio. Si vede nella potenza espressiva con cui inquadra i sospettati dell’omicidio a terra e con le mani dietro la testa. Ogni piano su di loro diventa uno choc, una scossa violenta dietro una struttura formale pienamente definita. Sotnychenko potrebbe andarci avanti ancora più tempo mantenendo sempre altissima una tensione che è principalmente emotiva e un disagio tattile causato proprio da quella ripetizione insistita – e nel modo in cui vengono filmati – quei volti. La palisiada è un tipo di film che va atteso, metabolizzato, ripensato perché è pieno di cose che dice e che mostra. Ma una volta che questo avviene, lascia tutto lo spazio per una propria ricostruzione mentale. È un film che apre tutte le porte, già tesissimo, profondamente politico ma che trova anche una contagiosa ‘poesia del quotidiano’ nelle immagini – anche queste ripetute – dei banchini ambulanti che si trovano sul binario e devono spostarsi a tutta velocità all’arrivo del treno. In uno di questi momenti c’è come una soggettiva di chi guida la locomotiva con il mezzo che non si ferma né rallenta. È probabilmente questa visione che già anima il film di Sotnychenko, alla ricerca di quel ricordo in un dialogo che ora resta come un ordigno pronto a esplodere: “Ti ricordi quando l’Ucraina è diventata indipendente?”.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
2 (5 voti)
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