La Realtà Virtuale all’Ennesimo Film Festival: Gina Kim

La trilogia dell’autrice si occupa di denunciare i bordelli americani nella Corea del Sud durante la guerra. Bloodless, Tearless e Comfortless ci portano nei luoghi dove la violenza resta palpabile

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Da Fiorano Modenese alla Corea del Sud, la strada è più breve di quanto non si possa pensare.
Alla nona edizione dell’Ennesimo Film Festival le esperienze in Realtà Virtuale hanno rubato la scena; in particolare, tre lavori, di grande forza e delicatezza.
I corti in VR di Gina Kim ci immergono in una realtà desolata e sconcertante – immagini di una potenza che non è facile tradurre a parole.
Protagoniste assenti sono le numerosissime prostitute, “comfort women”, dei copiosi bordelli richiesti dai soldati americani negli anni ’70 durante la guerra.
Nei tre cortometraggi immersivi viene tracciata la storia di queste strutture e delle sue vittime, mai riconosciute. È un atto di denuncia il lavoro di Kim. Ma, a rendere la visione più spietata e ancora più interessante sono le scelte di regia, così come quelle di montaggio. Se i lavori in VR mettono in dubbio la possibilità di utilizzare vere e proprie scelte stilistiche, data la visione a 360 gradi che il medium concede, osservando i tre corti di Kim viene da ripensare questo concetto.
L’autrice ci porta in una Corea che non abbiamo mai visto e che non conosciamo.
Nel primo capitolo, Bloodless, la regista crea suspense lavorando con il suono, ma ci arriva pian piano.
È giorno, dei soldati americani in divisa militare passeggiano per le strade. Uno stand di pollo fritto, un menù in caratteri latini, altri soldati che aspettano di essere serviti.
Un silenzio pesante domina la scena, prima che i colori del giorno sfumino via. Esterno, notte; poche figure abitano il quartiere. È il ticchettio dei tacchi che rimbomba per le stradine della zona semideserta della città a metterci in attesa; quasi si trattasse di una bomba ad orologeria.
Veniamo spostati in una stradina laterale, abbastanza illuminata; siamo sospesi in alto, e continua l’attesa, dettata dal rumore dei tacchi sull’asfalto.
Finalmente appare una figura femminile, ci viene incontro, passa attraverso di noi. Poi si volta ed il suo sguardo ci trafigge. Spaventa e turba, quasi come se fosse lei l’assassina: perché nei suoi occhi vediamo il riflesso della violenza. Dunque, ci giriamo, in cerca del criminale, solo per scoprire, con sconcerto, che non c’è nessuno: siamo noi quella presenza, è noi che guarda.
In una stanza desolata, dove c’è solo una finestra, uno specchio e qualche coperta avvolta per terra, siamo di nuovo sospesi in aria. Bottiglie di coca cola gettate per terra sono sufficienti a identificare la presenza del nemico, degli americani.
È nello specchio che dobbiamo guardare: è lì che si svolge l’azione. Dalle coperte sgualcite, un fiume di sangue comincia a scorrere per la stanza.
È solo nel riflesso che vediamo il sangue.
È la stessa tecnica che Kim utilizzerà nel terzo cortometraggio, Comfortless. Nei bar, abbandonati e decadenti della “American Town” (piccola città che forniva ai soldati americani ciò che desideravano), sono gli specchi a mostrare parti delle figure femminili che hanno vissuto quei luoghi.
La seconda parte della trilogia, Tearless, ci porta nella prigione dove venivano rinchiuse le donne che si sospettava essere infette da malattie sessualmente trasmesse. “Monkey House”, il nome della struttura, fa riferimento alle urla che dominavano il luogo. Molte di loro morirono per le eccessive dosi di penicillina con cui venivano trattate; altre, morirono cercando di scappare, buttandosi dal tetto.
Non c’è artificio, vediamo il luogo abbandonato, ruggine e fango.
Incontriamo solo una figura, sulle scale: una donna che fuma una sigaretta. Il suo sguardo, completamente assente, sembra testimoniare direttamente il suono delle urla del luogo.
C’è un grande rispetto per le vittime di queste storie devastanti. Nonostante la realtà virtuale ci permetta di essere sul luogo, e di vedere tutto, Gina Kim ci dà prima un’idea dello spazio, poi qualche minimo dettaglio, sufficiente a raccontare ciò che avveniva lì (il lettino con la siringa in Tearless, per esempio), e un incontro. Incontro che destabilizza, perché è proprio ciò che cerchiamo. Ci muoviamo inseguendo fantasmi, finché uno spettro si manifesta, scrutandoci in silenzio.
Tutto si disvela nello specchio: come se la realtà crudele non potesse essere guardata in faccia, ma solo trasversalmente.
Questa scelta, così come il punto di vista sospeso, sono i risultati del silenzio che ha accompagnato questo orrore. Vittime che non sono mai state riconosciute, mai neanche contate.
Il nostro sguardo si confronta con questo dimenticatoio. Kim ci accompagna attraverso i resti, dove si vede ben poco, ma abbastanza da farci capire tutto.
L’autrice ha dichiarato: “Ironia della sorte, il giorno in cui abbiamo terminato la produzione, la Corte Suprema della Corea del Sud ha annunciato il verdetto finale su una causa intentata dalle donne dei campi militari americani. La sentenza ha riconosciuto la responsabilità del governo e ha assegnato un risarcimento, usando espressamente l’espressione “US military comfort women”. Dopo cinquant’anni, le voci di queste donne sono state finalmente ascoltate. In loro onore, questo progetto VR si propone di portare avanti le voci e le esperienze di queste donne finché sono ancora con noi.”
Una domanda sorge spontanea. Come possiamo definire uno sguardo “femminile”? Sta solo nella denuncia e nel voler affrontare questi temi? Forse, uno sguardo “maschile” avrebbe mostrato di più? Gina Kim ci mette a confronto con un passato che non si vuole mostrare. Non fa parlare queste donne, solo i loro sguardi si esprimono. Ciononostante, l’autrice riesce a creare una tensione che toglie il fiato e un dolore palpabile.

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