La vita davanti a sé, di Edoardo Ponti

Seconda trasposizione cinematografica del romanzo francese del ‘900, Ponti conduce sua madre Sophia Loren in un racconto più intimo che sociale attraverso due passati tragico. Su Netflix

Adattamento del romanzo omonimo di Romain Gary, che già aveva avuto una trasposizione da Oscar nel 1977 per mano di Moshé Mizrahi. Da Simone Signoret a Sophia Loren, da Parigi a Bari, dagli anni ’70 a oggi. La pellicola attinge a uno dei classici europei del secondo Novecento per parlare di tolleranza e unione nel dolore, facendo notare quanto questa narrazione possa essere contemporanea; ma anche per avere un pretesto nostalgico atto a far riaffiorare il cinema nostrano com’era ai tempi del romanzo, rappresentato soprattutto dalla sua interprete per eccellenza, che ne riporta ogni sfumatura. Madame Rosa è il personaggio definitivo in cui si fondono tutte le migliori caratteristiche che hanno contraddistinto la Loren nel corso della sua carriera: da quel forte carisma che s’impadronisce dello schermo a quel senso di orgoglio e fierezza, fino alla fragilità emotiva di un personaggio in caduta, al magnetismo e a quel senso di umanità che è in grado di trasmettere con il solo sguardo; ed è qua, nel suo personaggio, che nasce e cresce il punto più forte e solido dell’opera. Madame Rosa non è solo ciò che è stato della Loren, ma rappresenta cos’è oggi quel cinema italiano del passato che ancora si cerca di emulare, di spremere, sebbene in realtà non sia altro che un rifugio in cantina colmo di reliquie dove poter, nella comodità della propria poltrona, riflettere sul passato.

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Momò (l’esordiente e promettente Ibrahima Gueye) è un dodicenne di origini senegalesi, rimasto solo e, a causa del suo passato doloroso, dal carattere difficile. L’unico a occuparsi di lui era il dottor Cohen, ma essendo ormai anziano e stanco lo affida a Madame Rosa, un’ebrea sopravvissuta ai lager ed ex prostituta che, raggiunta la tarda età e avendo bisogno di un modo per sopravvivere, ha tramutato la sua casa in un rifugio per i figli di coloro che ancora fanno quel mestiere e non saprebbero altrimenti a chi lasciarli. La signora dal forte temperamento accetta con riluttanza di prendersi carico del ragazzino per un paio di mesi, giusto il tempo di trovargli una nuova sistemazione. Nonostante differenze importanti come età, etnia, religione, cultura li vedano agli antipodi, i due troveranno un punto d’incontro nel dolore condiviso, che li porterà a raggiungere una congenialità reciproca, mostrando come spesso i legami più forti nascono tra persone che condividono lo stesso dolore o, come in questo caso, hanno in comune un trascorso legato all’emarginazione, e un presente infestato dai demoni del passato. Anche in positivo, però: basti pensare al bene che fa Madame Rosa ai bambini sperduti, talvolta completamente soli, per quanto per un attimo si dimentichi di quel bene nel suo iniziale rifiuto di prendersi carico di Momò, ma che le viene ricordato dal dottore e amico, riportandola alla sua memoria di emarginata, ed è per questo che dovrebbe tollerare e perdonare il carattere difficile e l’ingestibilità di un bambino che ha subito ingiustizie da quella stessa vita che ha fatto soffrire lei. Non che questo sia facile, ma è un piccolo messaggio che oggi fa la differenza: la tolleranza e la comprensione sono essenziali, imprescindibili in quest’epoca rimasta ferma e toccata dalla paura per il vicino di casa straniero. Ed è così che la casa di Madame Rosa diventa un nucleo di outsider che si aiutano a vicenda, un casolare che non parla necessariamente di amore a tutto campo ma che sa di protezione.

A detta della stessa attrice protagonista, questo è un “racconto di tolleranza e perdono”; ma è anche un film che riesce a ritagliarsi un po’ di spazio per la decadenza, quella di un’epoca finita, di personaggi che non potranno prendere forma nel futuro. E nonostante il film sia ambientato nell’oggi è come se vivesse in un tempo a sé: una Bari vecchia che si pone come dimensione multietnica; persone che si aiutano a vicenda nella povertà, riportando in auge una vita cittadina da comunità che oggi non è facile trovare; personaggi che vivono storie del passato, rendendo comune ancora oggi l’avere una sopravvissuta di Auschwitz come vicina di casa e che per di più vive nel disagio e nell’indifferenza.
Il legame vissuto dai due protagonisti, non senza difficoltà, è portato avanti da risoluzioni anticipabili e impalpabili, che conducono a sviluppare la sfilza di tematiche universali che vengono esposte con fin troppa superficialità. Il finale didascalico giunge rapidamente e senza mai arrivare a picchi emotivi veramente necessari per un cambiamento di tale portata che diventa quasi surreale il come la conclusione sia la completa “guarigione” da un’esistenza tragica, nonostante sia inaspettatamente genuina racchiusa in un sorriso così naturale. C’è però un suggerimento fallace, in cui viene scomodato “Il vissuto” ad Auschwitz come unico dolore forte con cui poter sorreggere quello di un ragazzo di oggi che subisce angherie legate all’immigrazione e all’emarginazione, quando invece essere empatici e comprensivi verso gli altri dovrebbe essere naturale in qualsiasi circostanza.

Quello dell’emarginazione rimane il tema centrale, esplicato anche attraverso  l’inserimento di un comparto musicale commerciale, non tanto nella colonna sonora della Pausini, con il brano Io si, che nelle sue note drammatiche, seppur significative, rimane un testo e un sonoro vieto con l’intento dell’emozione facile, quanto piuttosto in un singolo ancora così attuale come Vengo dalla luna di Caparezza, che Edoardo Ponti non inserisce per puro caso, dal momento che è un brano che si fa manifesto ideologico contro il razzismo e sulla paura del diverso. Immedesimandosi in un alieno che dalla Luna si trova a vivere nel nostro mondo, il rapper pugliese ha simulato le difficoltà tipiche di chi è costretto ad andare a vivere lontano dalla propria casa e adattandosi a crescere come un ospite indesiderato. L’intento del regista, figlio della stessa Sophia Loren e che ritorna alla regia di un lungometraggio dopo Cuori estranei, sembra sincero: usa il dolore del passato per collegarsi a quello del presente, mostrando in modo semplice e chiaro come tanti ragazzi problematici, o anche meno – come Momó, in realtà – ma anche tutti gli individui che oggigiorno sono, o sono state, vittime di discriminazione, sono solamente affamati di sentimenti e vogliono ricevere amore, protezione e ospitalità. Ma questo essere una trasposizione fin troppo fedele al romanzo degli anni Settanta e allo stesso tempo ambientata nei giorni odierni rende il componimento obsoleto. Una contemporaneità che giunge interessante solo grazie a qualche piccolo dettaglio, come il testo di Caparezza per l’appunto, ma che poi si perde nel suo essere poco diversificata e fin troppo convenzionale.

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Titolo originale: The Life Ahead
Regista: Edoardo Ponti
Interpreti: Sophia Loren, Ibrahima Gueye, Renato Carpentieri, Diego Iosif Pirvu, Massimiliano Rossi, Abril Zamora, Babak Karimi
Distribuzione: Netflix
Origine: Italia,2020
Durata: 94′

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.58 (12 voti)
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