"Le grand bleu" – Ri/immergersi a distanza nel tempo

E' scritta sull'azzurro quest'opera di Besson, un po' come la parte iniziale di "Nikita", e soprattutto come i tanti svolazzi visivi del suo cinema tout court, senza però che si ecceda mai in un surplus stilistico incapace di reggere la distanza.

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Fa uno strano effetto rivedere oggi questo Le Grand  Bleu. Strano perché il suo autore, Besson, di strada nel frattempo ne ha fatta parecchia (il film in questione risale al 1988), ma strano soprattutto perché analizzando il suo sguardo fine anni 80', ne esce fuori un quadro non del tutto assimilabile alle opere che sarebbero venute subito dopo. Che Besson sia un grande stilista del cinema moderno è fuori dubbio, che poi negli interstizi scivolosi del suo cinema sia nascosto un vuoto pneumatico di proporzioni imbarazzanti, è un'altra. Potrà piacere o meno, ma le cose stanno così. In questo Le Grand Bleu i conti improvvisamente non tornano. Non c'è traccia dell'esibizione stilistica compiaciuta/ narcisista / magalomane delle opere degli anni '90 (fatta eccezione forse per l'interessante Giovanna D'Arco), ma semmai come un senso di inquietudine al lavoro che penetra negli strati più sottili della pellicola, fissandosi dolcemente in uno sguardo quasi malinconico, sicuramente incerto, forse addirittura appassionato rispetto a ciò che si racconta nell'opera. Il mare, le sue profondità interminabili, la volontà di dare loro un nome, provando ad inventarsi uno sguardo che sappia divincolarsi dalle griglie di un'apnea limitante. E' scritta sull'azzurro quest'opera di Besson, un po' come la parte iniziale di Nikita, e soprattutto come i tanti svolazzi visivi del suo cinema tout court, senza però che si ecceda mai in un surplus stilistico incapace di reggere la distanza. Se infatti c'è una misura in questo cinema di assonanze silenziose e vagamente misteriose con un certo sentire quasi misticheggiante (mare come territorio immenso e sconfinato in cui perdersi per poi ritrovarsi, magari cambiati), certo è che si tratta di un impasto molto caloroso, per certi versi passionale, di motivi assolutamente umani, viscerali, personali. Gli uomini di Besson scendono in apnea nelle profondità marine, vivono con il mare un rapporto quasi osmotico, ne fanno parte, quasi a ri-creare nello spazio ri-fratto del cronometro (già, quello che impone la misura di questa osmosi senza respiro) una sorta di avvicinamento costante alle ragioni di un cinema che non è più stato così poco costruito e prefabbricato prima dell'avventura sul set. Si avverte una tensione profonda nel disegno asimmetrico dei rapporti tra distanze (uomini/ Mare/ rapporto sentimentale), e al tempo stesso una rottura improvvisa della linearità procedurale dello sviluppo. Non c'è gioco da esibire in flagrante, non c'è soprattutto discrimine di sorta tra le diverse sezioni di senso che attraversano l'opera. La dimensione superiore del margine visivo (quella terrestre) ci racconta una storia, quella celeste (del grand bleu del titolo) un'altra. Ma si tratta di due facce di una stessa, affascinante medaglia. Quella che Besson non è più stato in grado di ritrovare.

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Le Grand Bleu

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Regia: Luc Besson

Sceneggiatura: Luc Besson, Robert Garland, Jacques Mayol,

Marylin Goldin,  Marc Perrier

Scenografia: Patrick Barthelemy

Costumi: Magali Guidasci

Montaggio. Oliver Mauffroy

Interpreti: Jean Reno (Enzo Molinari), Jean-Marc Barr (Jacques Mayol),

Rosanna Arquette (Johanna Baker), Sergio Castellitto (Novelli),

Paul Shenar (Dr. Laurence), Marc Duret (Roberto)

Produzione: Claude Besson, Luc Besson, Bernard Grenet, Patrice Ledoux

Distribuzione: Filmauro

Durata: 120'

Origine: Francia, 1988

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