LIBRI DI CINEMA – “Cinema e Storia. Interferenze/Confluenze”, di Tiziana Maria Di Blasio

L’opera della Di Blasio s’impone come un’urgente riflessione sul cinema: in una società nella quale l’immagine – e più in generale la fonte audiovisiva – rivendica prepotentemente spazio sul testo.

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CINEMA E STORIA
INTERFERENZE/CONFLUENZE
di Tiziana Maria Di Blasio
Viella Libreria Editrice
Pp. 315, €.27,00

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Partiamo dall’inizio. Da quelle due citazioni che precedono l’Introduzione di Tiziana Maria Di Blasio al proprio studio Cinema e Storia. Interferenze/Confluenze: i “fasci di luce” dei fari incrociati con cui la ricerca storiografica per Marc Bloch scompone ed analizza il reale richiamano i “fasci di luce” dei riflettori, che nelle loro diverse intensità ammorbidiscono e intensificano “i colori della realtà e quelli della fantasia […] Ecco, mi dico, questo è proprio il cinema”, recitava Federico Fellini. Basterebbe forse l’intuizione di quella che è già una confluenza a sintetizzare l’opera della Di Blasio, che affronta il gioco dialettico tra Cinema e Storia, dapprima, ripercorrendo le principali tappe del dibattito attraverso i suoi principali autori (tra gli altri, gli storici Jacques Le Goff – che cura la Prefazione al testo – Boleslaw Matuszewski, Ricciotto Canudo, Siegfried Kracauer, Yvette Biro, Antonio Mura, Marc Ferro, Pierre Sorlin; Antoine de Baecque); partendo poi dall’assunto della trasversalità dell’elemento storico, l’Autrice trasferisce la riflessione sul terreno del film di genere, analizzando le opere più significative del cinema d’autore (l’area, con qualche eccezione, è quella del cinema francese e italiano).

 

Il materiale di lavoro è fatto di testimonianze di registi (per citarne solo alcuni, Liliana Cavani, Carlo Lizzani, Roberto Rossellini, Francesco Rosi), attori (F. Murray Abraham e Sergio Castellitto) e ancora musicisti, truccatori e costumisti, coordinate, tutti, della trama su cui si muovono le connessioni tra cinema e storia; ma anche di inediti, come quelli provenienti dal fondo personale del regista Gillo Pontecorvo o la lettera che Roberto Rossellini invia al figlio Renzo, con la “preghiera” di perseguire la finalità didattica individuata/auspicata dal regista nel medium televisivo. Ai poli della riflessione corrispondono i livelli narrativi della “parola” e dell’ “immagine” ed è sull’approccio al potenziale documentativo di quest’ultima che si sviluppa l’iter storiografico delle connessioni tra Cinema e Storia e su cui l’Autrice struttura la prima parte del proprio lavoro. Sul piano storiografico la riflessione inizia a dotarsi di metodo solo a partire dagli anni ’70 e se è indubbia l’influenza esercitata da Les Cahiers de la Cinémathèque – é del 1973 il primo numero monografico interamente dedicato alla relazione tra Cinema e Storia (Cinéma/Histoire. Histoire du Cinéma) – lo snodo forse più cruciale della riflessione è rappresentato dall’opera di Marc Ferro: “L’ipotesi? Che il film, immagine o no della realtà, documento o finzione, intreccio autentico o pura invenzione, è Storia”, si legge nel suo testo Le film, un contre-analyse de la société ? (comparso su Annales ESC sempre nel ’73). Per Ferro il film è forma privilegiata della Storia (e “il cineasta è uno storico privilegiato”, affermerà Antoine de Baecque più tardi), ancorché di finzione e forse lo è di più, per quella sua peculiare capacità di restituirci l’immaginario dell’uomo che non ha avuto luogo.

CINEMA E STORIA

È il pensiero condiviso da Jean-Luc Godard che lo spinge al punto da capovolgere l’approccio “istituzionale” al cinema delle origini, inserendo nel realismo lumièrano l’elemento della soggettività pittorica e la verità dell’attualità nella sguardo di Méliès. Del resto non poteva certo parlarsi di verità, spiegherà poi Pierre Sorlin, rispetto a certi “documentari” d’epoca fascista. La conseguenza, per dirla con la Di Blasio che così ci introduce alla seconda parte del proprio lavoro, è che la storicità d’un’opera non costituisce un genere a sé, essendo invece trasversale ai vari generi. Prendiamone uno, quello che appare – solo appare – essere il più distante dalla Storia: la fantascienza; scegliamone un esemplare a paradigma: The invasion of Body Snatchers (L’invasione degli ultracorpi); la pellicola di Don Siegel è del 1956 e racconta dell’invasione di strane entità che, insinuandosi nel corpo e nella personalità degli individui, ne sottraggono la volontà: siamo in piena guerra fredda e l’area comunista è per l’America di quegli anni l’alieno che minaccia il sistema occidentale con un sistema di valori che mira a livellare l’individualità e le coscienze; ecco quindi che la Storia immaginata del futuro si fa cronaca del presente. Ed è già Storia.

 

Ma l’opera di Tiziana di Blasio non si esaurisce nella portata scientifica che innegabilmente la connota: ci impone, al contempo, in quel suo stile ricercato e fluidissimo, l’urgenza della sua stessa riflessione, in una società nella quale l’immagine – e più in generale la fonte audiovisiva – rivendica prepotentemente spazio sul testo. È allora ancora attuale e pertinente un monito di Ferro: “abbiamo appreso a leggere i libri, a comprendere i testi scolastici, ma non abbiamo mai imparato ad analizzare le immagini […] I miei colleghi erano con ogni evidenza illetterati delle immagini. Guardavano un film, vedevano alcune cose ma non l’insieme. Per far ciò bisogna possedere una cultura parallela […]

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