LIBRI DI CINEMA – “Speciale 3D” – Moviement

Moviement Speciale 3D

 
 
 
 
 
Speciale 3D
A cura di Costanzo Antermite e Gemma Lanzo
Gemma Lanzo Editore
2012
pp. 160 – € 15
 
 
 
 
Non di rado l’innovazione che si è recentemente prodotta nel cinema in seguito alla (re)introduzione del 3D stereoscopico è paragonata all’avvento del sonoro negli anni Venti: il cambiamento della modalità di fruizione, l’influenza sul linguaggio cinematografico e su ogni aspetto tecnico-creativo (la scenografia, la fotografia, persino lo stile di recitazione) e, naturalmente, il dibattito suscitato dalle potenzialità e dai limiti dell’utilizzo di questa nuova tecnologia rendono per nulla azzardato il paragone. Oggi che si è in gran parte posato il polverone generato dalla sua improvvisa ed endemica diffusione, è più facile comprendere in che misura e con quali specificità la terza dimensione aggiunga davvero qualcosa alla visione. Nell’ottavo numero di Moviement Costanzo Antermite e Gemma Lanzo tentano di fornire attraverso i saggi presenti un panorama esauriente dei molteplici aspetti metodologici, tecnici ed estetici che investono la riflessione sul 3D, riconoscendogli al contempo la giusta considerazione e collocazione nella storia del cinema.
 
Funziona da prefazione il lungo pezzo di Sarah Atkinson, che in poco meno di trenta pagine traccia un profilo storico e teorico dell’evoluzione della tridimensionalità al cinema, evidenziando come il nuovo medium, tra esperimenti, errori e rischi, stia definendo i propri confini e i propri limiti. E se la riproduzione di un articolo di Mario Verdone del 1953 (che già si interrogava sulla reale portata rinnovatrice, in termini di “sostanza e forma”, della nuova tecnologia) e il gustoso excursus di Antermite nella breve stagione del pionieristico 3D italiano completano il quadro storico, la maggior parte degli altri contributi approccia la terza dimensione facendone un problema di linguaggio: dall’horror ai film d’animazione, al cinema d’autore, ciò che conta non è in che misura il 3D renda più eccitante quello che il cinema ci mostra da sempre, ma come riesca ad ampliare le nostre possibilità di sguardo.
 
Partendo da questo punto di vista, il volume pone a confronto quattro opere caratterizzate ognuna da una diversa tecnologia 3D – Avatar di James Cameron (performance capture Digital 3D e Imax 3D), Alice in Wonderland di Tim Burton (Live action e animazione CGI in motion capture), Hugo Cabret di Martin Scorsese (Live action Digital 3D e Imax 3D) e Pina di Wim Wenders (Live action Digital 3D) –, analizzando come le sequenze di ognuno siano concepite in funzione della visione stereoscopica non solo per finalità spettacolari, ma per acquisire dal loro essere in 3D un senso specifico. Così l’ottima fluidità nelle riprese dinamiche raggiunta in Hugo Cabret che permette, tra le altre cose, di rendere al meglio l’effetto degli oggetti che fuoriescono dallo schermo, contribuisce a ricreare l’atmosfera di magica sorpresa del cinema delle origini, di cui il film rappresenta un dichiarato omaggio. Accanto poi alla volontà di creare un ambiente immersivo che contraddistingue sia Avatar che Alice in Wonderland, troviamo un’opera come Pina, dove permane nettamente il confine tra gli spettatori e i danzatori che si librano elasticamente nell’aria, e la terza dimensione è posta al servizio dell’evocazione della Bausch attraverso una perfezione calligrafica delle scene di danza, con improvvisi scatti di movimento che solo il 3D può assicurare.
 

Un commento

  • Michele Centini
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    Bellissimo, completo, organico, puntuale. Una manna per gli addetti ai lavori, per gli studiosi e per i semplici lettori/utenti/spettatori che vogliono saperne di più. Moviement Magazine si conferma una garanzia.