"L'imbalsamatore" di Matteo Garrone

Una storia dove le Azioni e i Personaggi scompaiono dietro un trattamento abile delle immagini e dei suoni, o meglio si fondono tutti in un quadro afoso e greve dei cui residui è difficile liberarsi al termine della visione

Potere del come sul cosa, della forma sulla sostanza, che attraverso le alterazioni e dilatazioni dell'involucro scopre frammenti di significato nuovo. La trama de L'imbalsamatore è semplice – la fascinazione del diverso, la paura della normalità, il triangolo amoroso – e certo a renderla memorabile non è solo la cornice in cui è incastonata, quello strano mondo della tassidermia che lo avvolge come un pretesto più che come una coperta. E non è nemmeno il passaggio dal "trattamento" del corpo animale a quello del corpo umano, tutto sommato prevedibile. È il modo in cui Garrone tratta le sue immagini a rendere l'intreccio una vera Storia. La manipolazione degli spazi, la dilatazione delle immagini, il loro pulsare insieme a una musica mai invasiva e sempre parte dell'amalgama narrativo. L'impasto di una Campania periferica così cupa e brumosa da mischiarsi senza cesure con le vie nebbiose del mantovano, lo sguardo che si sofferma su angoli suburbani imprevedibili che traggono dalla loro autenticità (di questi luoghi deserti e desolati non si riesce a mettere in dubbio l'esistenza) una luce torbida più potente degli spazi onirici. Il risultato è una storia dove le Azioni e i Personaggi (e quindi l'amore, il desiderio, l'errore, il crimine) scompaiono dietro un trattamento abile delle immagini e dei suoni, o meglio si fondono tutti in un quadro afoso e greve dei cui residui è difficile liberarsi al termine della visione, cosa che non è certo accaduta spesso nell'ultima stagione cinematografica.

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A un controllo totale della ripresa si accosta una recitazione dall'aria sciolta e improvvisata, che gravita attorno al magnetismo (paradossale e tangibile) de L'imbalsamatore (malavitoso, morboso, miserabile e potente allo stesso tempo). Da questa figura si irradia il resto dei personaggi e delle immagini, immagini in equilibrio tra il grigio degli esterni e gli aranci caldi o i verdi stranianti (tra David Lynch e l'Egoyan di Exotica) degli interni. E con lo scomparire di questa figura l'aria si alleggerisce ma perde anche il suo potentissimo centro. Così che il piccolo uomo solo e goffamente magnetico ricompare come una visione nei titoli di coda, allontanandosi nello schermo e scomparendo poco a poco, ma comunque più in fretta delle sensazioni lasciate dall'ottima pellicola di Garrone.


 


Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso
Fotografia: Marco Onorato
Montaggio:Marco Spoletini
Musica: Banda Osiris
Scenografia: Paolo Bonfini
Costumi: Francesca Leondeff
Interpreti: Ernesto Mahieux (Peppino), Valerio Foglia Manzillo (Valerio), Elisabetta Rocchetti (Deborah), Lina Bernardi (madre di Deborah), Pietro Biondi (padre di Debora), Marcella Granito (Manuela)
Produzione: Domenico Procacci per Fandango
Distribuzione: Fandango
Durata: 101'
Origine: Italia 2002

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