#Locarno69 – Vincent, di Christophe Van Rompaey

Uno schermo nero, una porta sfondata. Si apre così Vincent, evento di chiusura di Piazza Grande, una continua nevrotica alternanza tra commedia e dramma in un film sbilanciato ma trascinante.

Vincent prende il nome dal protagonista, un diciassettenne ecologista con tendenze suicide che sta facendo impazzire la sua scombinata famiglia. L’arrivo della zia Nikki sembra calmarlo. In realtà, anche quando è arrivato a Parigi, il suo comportamento non cambia.

spencer bogaert vincentÈ un film belga ma ha il respiro di una commedia indie statunitense. Nella tipologia dell’adolescente isolato e geniale, nella rappresentazione di un universo familiare dove tutti i personaggi sembrano andare per conto suo ma poi si muovono come un gruppo unico, appare quasi un incrocio tra Charlie Bartlett e Little Miss Sunshine. Christophe Van Rompaey, al terzo lungometraggio dopo Moscow, Belgium (2008) e Lena (2011), ci mette dentro una buona dose di follia e cattiveria. Inizialmente sull’asse Belgio-Francia, Vincent è un continuo film di spostamenti, spaziali ed emotivi insieme. Sogni che diventano allucinazioni (la Tour Eiffel illuminata), situazioni tragicomiche ricorrenti (la sorella incinta che piange sempre, l’altra isolata e attaccata allo smartphone), una sopravvivenza/istinto a infrangere la legge (le gomme sgonfiate all’uomo che ha parcheggiato nel parcheggio disabili, lo schiaffo al poliziotto, la serratura smontata) sono gli elementi di un film sfrenato e a suo modo disperato dove la fuga appare l’unica forma di sopravvivenza.

Ma nella sua caotica velocità, Vincent (notevole la prova di Spencer Bogaert) ha anche momenti di intimità filminante come nell’incontro tra il protagonista e la ragazza al fastoso matrimonio del padre di lei. Un cinema che cambia continuamente d’umore, con i dialoghi e la complicità che variano a seconda della persona con cui Vincent ha una conversazione. E l’apparente leggerezza che nasconde un complesso passato di Alexandra Lamy nei panni della zia ne creano un personaggio opposto o speculare, quasi una versione femminile riportata indietro nel tempo. Con una riflessione semplice, ma non banale di come il determinismo familiare influenzi le nostre vite