Michael Fassbender. "Oh Danny boy, oh Danny boy".

Se una decina d’anni fa qualcuno avesse incontrato Michael Fassbender, magari in qualche scalcinato pub dell’East London, e gli avesse predetto che un giorno si sarebbe trovato nominato all’Oscar, chissà cosa gli avrebbe risposto. Michael, figlio di un cuoco tedesco e di una ristoratrice nord-irlandese, decise di lasciare la sua casa nella campagna del Kerry per cercare l’avventura, per combattere la sua personale “guerra”.  La vita a Londra, per il ragazzo appassionato di motori e Formula Uno, passa alla ricerca quotidiana di inventarsi un mestiere, tra produzioni teatrali ultra-indipendenti e tanta televisione, spesso in costume per qualche ricostruzione della Storia inglese (è stato anche Guy Fawkes).

Dai teatri di Soho ch l'avrebbe detto che oggi, come nell’ultimo The Counselor, avrebbe diviso il letto con la bellissima Penelope Cruz,  partecipato ai parti allucinati di Javier Bardem o fatto loschi affari con flemmatico Brad Pitt? Il colpo di fortuna (di cinepanettoniana memoria?) avviene in un ristorante di Los Angeles dove il ragazzo irlandese appena sbarcato in America (ancora una volta sulle orme dei suoi compatrioti) arrivò persino a saltare sui tavoli per convincere Zack Snyder a scritturarlo per 300. Il ruolo, lo spietato e spavaldo guerriero Stelios, è marginale ma utile per far segnare il suo nome sui taccuini che contano. Da qui parte una carriera segnata dal lavoro cieco e dall’impegno quasi missionario, sempre rivolto all’obiettivo finale. Eccolo, dunque, accettare, con il sorriso sulle labbra, di piegarsi alle etichette stereotipate di Hollywood, mettendo al servizio la sua duplice origine europea per spacciarsi per nazista mefistofelico (Blood Creek) o balordo irlandese (Jonah Hex). Se lavorare a produzioni fallimentari e “vendersi” al mercato dei super-eroi con i nuovi X-Men era il prezzo da pagare per diventare un bastardo senza gloria, farsi massacrare di botte da Gina Carano (Knockout) e litigare di psicoanalisi con Viggo Mortensen (A Dangerous Method), siamo tutti d’accordo nel pensare che il gioco sia valso la candela. Non è un caso che anche il maestro Ridley Scott, un regista che d’impegno e duro lavoro se ne intende, lo abbia scelto come sodale per due delle sue pellicole più rischiose e ambiziose (Prometheus e il già citato The Counselor). 

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Certo, se avessimo il potere di leggere nell’anima attoriale di Fassbender, non sarebbe una sorpresa scoprire che il suo cuore batte ancora per i tanti progetti che arrivano da Londra.  E’ qui, nella sua città (“il luogo dove torno sempre”), che per lui nascono le vere opportunità di intraprendere nuove strade, diviso tra il cinema indipendente (l’ambiguo co-protagonista di Fish Tank) e quello di genere di nuovi talenti come Neil Marshall (l’eroico soldato romano alla ricerca dell’aquila imperiale in Centurion). In patria poi, oltre alle proposte più interessanti, ad aspettarlo c’è anche il partner (artistico) ideale, l’uomo che più di chiunque altro ha creduto. E’ quasi impossibile considerare un sex symbol virile, perfetto per le copertine di molti settimanali, come Fassbender una musa eppure non crediamo esista un'altra parola che riesca a definire meglio il rapporto che l’attore ha con il suo amico-regista Steve McQueen. I due, entrambi nati dal melting pot britannico, nella loro collaborazione hanno saputo creare una simbiosi tale da rendere ogni lavoro una prova emotiva irresistibile, un frammento di cinema folgorante. Se da un lato l’attore accetta ogni volta di  trasformare il proprio corpo e di spingersi oltre, con prove recitative nervose e estenuanti, i propri limiti professionali e umani, dall’altro l’autore fa di tutto per mettere il proprio interprete in condizione di sublimarsi di fronte alla sua cinepresa, di farsi Storia. La loro trilogia del dolore composta di tre pellicole violentissime (fisicamente e concettualmente) ha permesso a entrambi di conquistare attenzioni, festival e ammirazione. Il martirio muto di Bobby Sands (Hunger), la discesa morale (e un po’ bigotta) del sessuomane Brandon (Shame) e l’ottusa e viscida crudeltà del padrone di schiavi Edwin Epps (12 anni schiavo) non sono altro che tre parti di un trattato cinematografico che la penna di McQueen ha inciso su Fassbender, disposto a concedere il proprio corpo come carta bianca. E’ questa dedizione nel mettere tutto se stesso al servizio di una storia, di un progetto, a rendere l’attore irlandese, anche nella sua vertiginosa ascesa alla divinità, un uomo normale, un artista capace con il sudore, un lavoro dopo l’altro, di non dare mai nulla per scontato.