"Monsters", di Gareth Edwards


Tutto è già successo, in Monsters: adesso rimangono solo le macerie. Il film di Gareth Edwards racconta la ricerca di uno sguardo in grado di mettere insieme ciò che resta dopo la catastrofe: una catastrofe che è innanzitutto umana e morale, in un mondo dove qualsiasi cosa è destinata a perire nella sconfitta. Un piccolo film capace di dire qualcosa di incommensurabilmente grande, in maniera a tratti straziante e commovente

Non si capisce se gioire o rammaricarsi per l’uscita di Monsters in Italia, gettato alla rinfusa in un pugno di sale dopo la vittoria (meritatissima) al Science Fiction Festival di Trieste e destinato comunque a rimanere nel limbo dell’invisibilità: l’opera prima di Gareth Edwards è di quelle che riconciliano con l’ideale di cinema che cerchi di inseguire film dopo film, cercandolo con il lumicino tra mille proiezioni, festival e visioni casalinghe senza (quasi mai) riuscire a provare soddisfazione. E’ la dimostrazione (se mai ce ne fosse stato bisogno) che per fare cinema è sufficiente possedere una telecamera con due attori davanti, perché poi tutto il resto verrà da sè, qualora si abbia veramente qualcosa che valga la pena dire. Monsters è il trionfo dell’indipendenza (quella vera) sull’estetica da Sundance, sul carino e, quindi, sul superfluo: in giro si legge che sia stato girato in tre settimane, con una troupe ridotta all’osso e montato sul pc di casa dallo stesso Edwards (che ne ha curato anche gli effetti speciali). Probabilmente è così, ma in fin dei conti è assai poco rilevante. Quello che importa è che questo piccolo film riesca a dire qualcosa di incommensurabilmente grande, facendo propria la lezione principale del genere fantastico: come scrive saggiamente Stephen King nel saggio Danse macabre, “dirci la verità su noi stessi raccontando bugie su persone mai esistite”. Come nel capolavoro The Host di Bong Joon-ho, Edwards mostra le macerie della società e del mondo lasciando l’elemento soprannaturale sullo sfondo, relegandolo ai margini dell’inquadratura e senza nessuna facile concessione visiva. Monsters è ambientato sei anni dopo l’ipotetico schianto di una sonda Nasa contenente specie aliene, in un Messico messo in quarantena e tagliato fuori dal mondo esterno: in questo paese divenuto terra di nessuno, un fotoreporter americano deve portare in salvo al di là dei confini la figlia del suo datore di lavoro. Immaginate Accadde una notte di Frank Capra, inserito in un contesto simile a La guerra dei mondi di Spielberg: Gareth Edwards lavora magistralmente sui generi, senza aderirne a nessuno; il suo film non è fantascienza, né tantomeno un blockbuster. E’ il ritratto di un mondo oramai già rassegnato alla sconfitta, perché il disastro (di qualsiasi disastro si tratti) è già avvenuto da tempo e adesso non resta che mettere insieme i pezzi di ciò che rimane. Monsters guarda alle cose con lo spirito di chi non smette mai di cercare (il protagonista, non a caso, è un fotografo), perché sa che è solo attraverso lo sguardo che si può arrivare a una comprensione – per quanto parziale – di ciò che ci circonda: e la distruzione (fisica, materiale) messa in atto dagli alieni sulla terra altro non è che la proiezione di quella  morale e spirituale che abbiamo già inferto a noi stessi. Tutto, in Monsters, è già andato incontro a una disfatta, a cominciare dai sentimenti e dalle relazioni: tutto quello che avviene fuori, nel mondo reale, non è altro che una conseguenza dell’orrore primigenio che ci ha portato a diventare estranei in mezzo ai nostri simili. C’è un momento di pausa nel film, in cui la ricerca dei due protagonisti si ferma; quando entrambi osservano, dalla cima di un’altura, l’enorme muraglia costruita dal governo americano per contenere l’epidemia: insieme, finalmente raggiungono quella consapevolezza che porta con sé solamente dolore e rammarico. “Mi viene da piangere, ma non so se siano lacrime di gioia o di tristezza”, dice lei. “E’ così diverso guardare l’America dal di fuori”, le fa eco lui, “quando saremo a casa sarà facile dimenticare tutto questo, tutto quello che è successo non avrà più importanza”. Ma anche l’America, oltre i confini, è già un territorio popolato da fantasmi e cadaveri (come nella sequenza della città spopolata), dove l’incomunicabilità con l’altro è ormai l’unica forma di relazione possibile, e dove tutto è già morto. Adesso, è già dopo. E forse è troppo tardi. Ormai rimane solamente l’opportunità di capire e commuoversi dinanzi a quello che non conosciamo, che è diverso da noi e che solo così, quindi, può davvero insegnarci qualcosa: come dimostra il bellissimo e straziante finale, un momento di poesia pura che trascende l’umano e raggiunge l’assoluto, perché l’amore non ha bisogno di vincoli o convenzioni, ma solo di verità.

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Titolo originale: id.

Regia: Gareth Edwards

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Interpreti: Scoot McNairy, Whitney Able, Mario Zuniga Benavides, Annalee Jefferies

Origine: UK, 2010

Distribuzione: One Movie

Durata: 93'

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3 commenti

  • Avatar

    "Quello che importa è che questo piccolo film riesca a dire qualcosa di incommensurabilmente grande": è vero, è davvero un miracolo, con un finale miracoloso, ed è anche un film che fa letteralmente venire voglia di vivere, malgrado sia tutt'altro che consolatorio!

  • bambino che si allena a ridere
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    è una buona idea per un film, purtroppo vanificata dalla patinatura "vimeo" della realizzazione.

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    a me ha fatto voglia di buttarmi dalla finestra sinceramente…non capirò magari nulla di cinema ma siamo stati letteralmente colti di sorpresa dai titoli di coda..