NEMICO PUBBLICO – Sentieri Selvaggi intervista Giorgio Montanini

Per  molti anni, in Italia, il concetto di stand up comedy è stato considerato come qualcosa di esotico, un divertimento per un pubblico di nicchia culturalmente ed esclusivamente legato alla comicità anglosassone. Solo grazie all’impegno di comedians come i membri del progetto Satiriasi, la situazione può dirsi cambiata e in constante evoluzione. Tra i più attivi e coerenti in questa direzione, c’è senza dubbio Giorgio Montanini, attore e autore comico, impegnato con il debutto del suo nuovo monologo Per quello che vale… e con la terza stagione del suo programma Nemico Pubblico, in onda ogni domenica alle 23,50 su Rai Tre. Noi di Sentieri Selvaggi abbiamo avuto l’opportunità di chiacchierare con lui del suo lavoro e dello stato della comicità nel nostro Paese.

Il titolo Nemico Pubblico, ai più cinefili, fa venire in mente film con James Cagney o le pellicole su Dillinger e Mesrine. Credi che il comico satirico, come i vecchi gangster,  sia ancora considerato “borderline” e pericoloso dal pubblico generalista?

Un comico satirico è considerato “pericoloso”,  solo se lo affronti con pregiudizio. Allora tutto quello che dice diventa inaccettabile e offensivo. In caso contrario, avverti empatia, affinità. Perché le miserie che il comico porta sul palco, sono anche le miserie di tanti che sono andati lì per vederlo. Lo odi o ti fa sentire meno solo.

Con Nemico Pubblico la stand up comedy italiana è passata dalla “nicchia” dei locali e dei video su youtube a Rai 3. La dimensione ideale della stand up, in Italia, deve essere la televisione “tradizionale” o dovrebbero essere esplorate anche realtà alternative come Sky,  Netflix (che produce e trasmette un grande numero di special comici) o il web?

La dimensione ideale della stand up comedy è il palco e il live. Qualsiasi altro mezzo depotenzia il comico. Quindi i monologhi satirici, tranne gli special, dovrebbero piano piano lasciar spazio ad altre forme artistiche. Tipo serie tv, cinema, video ecc ecc. La satira si può fare sul palco attraverso un monologo, in tv con una serie tv, al cinema con un film. I miei monologhi in tv perdono moltissima della loro forza, ma fino ad ora sono stati un’esigenza. Una sorta di biglietto da visita.

Probabilmente la Rai non ha in palinsesto un programma potente come Nemico Pubblico dai tempi di Satyricon di Daniele Luttazzi. Soprattutto quest’anno, che al collaudato format delle ultime due edizioni, avete aggiunto interessanti novità come il musical e la sit-com. Quanta libertà avete nel realizzare le puntate e nello sperimentare nuove idee? 

Noi lavoriamo per la tv di stato, quindi sappiamo in partenza quale approccio avere per non creare inutili tensioni pretestuose. Nei miei live utilizzo spesso la parola “sborra”, in rai non la propongo per niente, sarebbe uno scontro inutile e pretestuoso. Probabilmente non la leggeranno nemmeno i lettori di questo articolo. Nell’ambito di questo contesto, quindi la tv pubblica, posso dire che i cambiamenti e le idee sono sempre state sostenute dalla rete, anche dalla nuova direzione. Quindi sì, liberi. Nella tv pubblica.

Nei paesi anglofoni c’è una grande e fortunata tradizione televisiva di show e prodotti realizzati da comedian. Nella realizzazione di Nemico Pubblico vi siete ispirati a qualche trasmissione o autore preciso? Io, ad esempio, soprattutto nel musical ho rivisto lo spirito degli sketch più riusciti del SNL

Nemico Pubblico ha una genesi decisamente particolare, senza nessun riferimento specifico ad altre trasmissioni. Diciamo che è una trasmissione studiata a tavolino per inoculare a piccole dosi il veleno della stand up. La prima edizione era un mix di monologhi (una novità per il contenuto) e candid camera (una formula pop ma che nel contenuto abbiamo cercato di rendere più urticante). Nella seconda edizione abbiamo aggiunto delle rubriche e nella terza abbiamo proprio fatto una vera e propria “evoluzione”. La terza edizione posso considerarla la maturazione del programma. L’unica cosa alla quale ci siamo ispirati nel confezionamento della puntata, è la trasmissione di Doug Stanhope, con montaggi che escludevano il presentatore e i contenuti tenuti insieme dalla coerenza narrativa.

Tra le novità di quest’anno, mi sembra che anche nel ruolo di “intervistatore” di ospiti famosi tu sia particolarmente efficace. Questo mi fa venire in mente che in Italia il talk show comico, alla David Letterman Show per intenderci, non ha mai avuto fortuna. Pensi che anche questo format possa trovare finalmente spazio? Tu faresti uno show del genere, un Giorgio Montanini Late Show?

Le interviste sono un gioco per adesso, quasi improvvisate, per dare all’ospite la possibilità di essere spontaneo e quindi più vulnerabile. Sincero. Certo è che se facessi uno show sullo stile del Letterman, cambierebbero radicalmente le dinamiche. Dovrei prepararmi in modo diverso e molto più accurato. Però sì, credo che funzionerebbe. Non è il format che in Italia non funziona, è come lo fai.

giorgio montaniniTornando su Luttazzi, per certo pubblico, la satira politica in Italia è irrimediabilmente legata al suo nome e a quello dei fratelli Guzzanti. Tre autori che, chi più e chi meno, sono scomparsi dal panorama televisivo. La satira televisiva deve ancora confrontarsi con questi totem? Un aspirante comedian deve rifarsi a questi modelli oppure è meglio seguire gli esempi di autori internazionali, anche molto giovani?

Un comico si deve confrontare con la realtà, non con i colleghi. Mi spiego: se io facessi quello che faceva Aristofane o Plauto, sarei anacronistico. Tutto è cambiato da allora. Vale anche per Luttazzi e Guzzanti. Hanno vissuto in pieno il “berlusconismo”, era molto più facile avessero l’esigenza di raccontare quel periodo. Renzi non mi fornisce minimamente la stessa ispirazione. In ogni caso, i monologhi più belli dei comici americani o inglesi, sono attuali anche se ascoltati 40 anni dopo. Vuol dire che la satira, tiene conto del momento storico ma non del fatto del giorno, tranne che come spunto iniziale o premessa. Posso parlare di Renzi, ma per raccontarti altro. Renzi come fulcro secondo me è poco interessante…anzi deresponsabilizza il pubblico, che invece è coinvolto attivamente nella deriva culturale del paese.

Negli ultimi venti anni, c’è stata un’enorme confusione intorno al termine “satirico”. Non solo sono associati alla Satira programmi diversi tra loro come Striscia la notizia, Le Iene e Zelig, o showman nazional-popolari come Crozza e Brignano, ma spesso anche giornalisti si auto-definiscono satirici. Questa situazione generale di approssimazione può aver creato (o sta ancora creando) una percezione sbagliata del ruolo del comico e del suo rapporto con la società che racconta?

Pure Zelig? Occhio che potrebbero denunciarti per calunnia. In effetti in questo paese la confusione tra populismo (la frase da bar) e satira, è decisamente il vero problema. Non basta che uno si svegli la mattina e scriva su Facebook o sul proprio giornale “qua è tutto un magna magna” per essere annoverato tra i satiri del terzo millennio, se così fosse anche mio zio lo sarebbe. Al bar dice sempre la stessa cosa. Chi fa satira non pontifica, mai. Non si sente migliore di quello che denuncia e quando sale sul palco paga un prezzo. Mette in evidenza le proprie debolezze e punta il faro sul proprio abisso. Qualcuno si riconosce in quell’abisso e si sente un po’ meglio, si chiama catarsi. La catarsi è la funzione principale di uno spettacolo comico. La catarsi è la funzione principale dell’arte. Un artista non si esibisce con l’obiettivo di “dire le cose come stanno” né sente l’esigenza di essere il fulcro di un cambiamento della società. L’artista sale sul palco egoisticamente per fare psicanalisi, il pubblico è il suo medico inconsapevole. La politica cambia le cose, il popolo attraverso le elezioni e scegliendo i propri rappresentanti. Le arringhe e le prediche che fanno alcuni comici e giornalisti, non hanno nulla a che vedere con la satira. Ma con l’ego. Siamo talmente confusi che scambiamo un comico come un soggetto da prendere sul serio e il politico da prendere a barzelletta. La confusione è così alta che alla fine un comico fonda un partito e la gente lo vota.

A fronte del successo di Nemico Pubblico, come rispondi alla recente polemica giornalistica, apparsa sul Fatto Quotidiano, sulla morte della satira nell’Italia renziana?

Ho risposto poco fa e nelle domande precedenti. La satira non segue i dettami dell’intellighènzia, “ci vorrebbe proprio qualcuno che parlasse di Renzi”. La satira fa quel che cazzo le pare.Sentite davvero l’esigenza che qualcuno parli male di Renzi? Lo fanno già tutti. Al bar, dal fruttivendolo, al mare…perché pagare me per sentire quello che già tutti sanno? Parlare di Renzi sarebbe reazionario, perché deresponsabilizzerebbe il popolo. In Italia si vota, da 70 anni. Chi vota è responsabile, più di colui che è stato votato.

All’estero figure di autori come Louis C.K. e Ricky Gervais non solo riempiono i teatri e realizzano special per i network più importanti, ma producono e interpretano serie tv, cartoon e film di grande successo. Visto il successo sempre crescente che, insieme ai tuoi colleghi di Satiriasi, state riscuotendo sia nei tour che in televisione, sarà mai possibile vedervi impegnati in progetti sempre più ambiziosi?

All’estero il mestiere del comico è visto con rispetto, il comico viene considerato un grande artista. Nel nostro paese, negli ultimi trent’anni, tranne qualche rara eccezione, i comici si auto-derubricavano a semplici intrattenitori da villaggio turistico. Vengo dalle piazze, dall’animazione comica che si fa alle sagre, ma in tv o nei teatri non posso fare la stessa cosa. Quella è la base d’esperienza dalla quale partire per poi passare ad essere un comico. Questo vale per tutti. Prendi Fiorello, viene dai villaggi, ma se vedi un suo show resti a bocca aperta per tecnica e bravura. Non fa satira, è uno showman che fa spettacoli per un pubblico generalista, ma lo fa in modo egregio. Molti comici invece hanno portato in tv e nei teatri dove si sono esibiti Totò, Troisi, Benigni, Proietti, la stessa banalità dell’animazione da villaggio. Le cose stanno cambiando però, ci stiamo mettendo al pari, ma ci vuole tempo. Quindi certamente sì, saremo impegnati in progetti più ambiziosi, ma non so quando. Spero che la mia generazione lo ricordi e non se la godano i giovani comedian.

Questa è una mia curiosità: eccetto i grandi nomi della storia della stand up, quali sono gli autori nazionali e internazionali che segui e reputi più interessanti?

In Italia credo che Corrado Guzzanti, da un punto di vista satirico e comico, sia stato davvero l’ultimo grande. Mi piaceva moltissimo Troisi che pur non essendo propriamente un comico satirico, era di un’intelligenza e raffinatezza comica davvero unica. Anche il primo Benigni, diciamo fino alla fine dei 90 al massimo. Mi piaceva moltissimo. Straniero, eccetto per i nomi più altisonanti, il migliore per adesso è Doug Stanhope. Micidiale e modernissimo.

Per chiudere ti vorrei raccontare un piccolo aneddoto personale: durante il tuo spettacolo al Brancaccio di Roma, tra le risate e gli applausi del pubblico entusiasta non ho potuto fare a meno di notare, nei posti vicini al mio, un paio di ragazze che, in più di un’occasione, erano sul punto di alzarsi ed andarsene. Ho assistito ad una scena simile durante lo spettacolo di Filippo Giardina. Visto anche il livello di “irritazione” che riesci a scatenare nelle vittime delle candid camera di Nemico Pubblico, pensi che lo shock dello spettatore sia la “vittoria” del comico satirico?

Adesso che il mio pubblico è composto principalmente da gente che mi apprezza e mi stima, la reazione è diversa. Nonostante questo c’è sempre qualcuno che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, e  quella reazione quindi,  è del tutto naturale. Se facessi uno spettacolo, il mio nuovo monologo ad esempio, in una piazza gremita da pubblico inconsapevole, ti posso assicurare che l’irritazione sarebbe l’ultimo dei problemi, ma temerei per la mia incolumità fisica.


Un commento

  • Carlo Bisceglie
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    Montanini e soci sono già arrivati alla terza edizione senza dare fastidio a nessuno. La satira irrilevante non è satira, è solo recitazione. Montanini è un attore che recita la parte di un monologhista satirico, senza esserlo davvero. “La vera satira si vede dalla reazione che genera” (Dario Fo)