NERO/NOIR – Guardato a vista: il polar di Claude Miller

Notte di Capodanno in un commissariato parigino. Mentre la città è un fuoricampo invisibile fatto di luci e tetti bagnati dalla pioggia, l’ispettore Gallien trattiene il notaio Martinaud in stato di fermo. L’uomo è il sospettato principale dello stupro e dell’omicidio di due bambine, ma la vicenda presenta ancora troppi punti oscuri per incriminarlo con certezza. Nel corso della notte tra i due protagonisti si instaura un vero e proprio duello psicologico, fino a quando l’arrivo della moglie del notaio (Romy Schneider) romperà definitivamente gli equilibri.

 

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Grandissimo Claude Miller. Solamente al terzo film, ma capace di una direzione degli attori e di una misura degli spazi da renderlo già un autore completo. E ancora sottovalutato. Da un romanzo di John Wainwright (adattato dal regista e Jean Herman, con 5la collaborazione di Audiard padre ai dialoghi), Guardato a vista è un polar atipico e di sottrazione, il punto di intersezione tra il dramma e il poliziesco in cui tutto è raggelato e l’unità di luogo è in realtà il pretesto per spostare l’azione nell’altrove immateriale suggerito dalle parole dei personaggi. Cinema da camera, quindi, prevalentemente chiuso entro le pareti di una stanza (le uniche eccezioni sono le immagini mute dei luoghi dei ritrovamenti dei due cadaveri, il lungo corridoio che separa – letteralmente – le vite dei due coniugi e il racconto di una festa di Natale di dieci anni prima, forse reale o forse no), ma sempre pronto a valicare i limiti fisici del set per raccontare in realtà ben altro. Attraverso questo viaggio al termine della notte, in cui tutte le ore feriscono e l’ultima uccide, Miller racconta di esistenze svuotate di senso, condannate a sopravvivere in un mondo in cui la bugia e l’inganno rimangono le uniche armi di autodifesa. Poche ore in cui si tirano le somme di vite intere, vite di uomini e donne che hanno sacrificato i sogni e le aspettative di gioventù in nome di non si sa bene cosa, ma questo non ha più importanza. Ormai è tardi: tutti hanno già perso, e l’arrivo dell’alba non porterà con sè la vittoria di nessuno. Nemmeno del poliziotto, cinico e disilluso (“È mai stato sposato?” “Tre volte, e tutte e tre mi trovavano insopportabile”), figurarsi allora della Legge, scavalcata e umiliata da una soluzione finale che assume i contorni di un MacGuffin, uno scherzo del destino, completamente impotente dinanzi al disegno generale che la vita ha già deciso per noi.

 

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4“Lei non sa cosa significhi bussare a una porta che non si apre, ispettore”, dice Martinaud a Gallien. E in queste parole è racchiuso tutto il dolore e la rassegnazione di tre figure mastodontiche, troppo grandi per essere rinchiuse e rappresentate dentro l’ufficio di un commissariato, sempre pronte a raccontare il fallimento delle loro vite attraverso un gesto, una parola, uno sguardo. Se Guardato a vista è chiuso, claustrofobico, privo di spazi aperti, è per rappresentare ancora di più quella prigione invisibile che si trova fuori, dalla quale si può evadere solamente grazie a un colpo di pistola alla testa. E poi un urlo, agghiacciante, a scuotere il torpore della luce del giorno.

 

Nel 2000 Stephen Hopkins ne realizzerà un remake patinato e privo di mordente (Under Suspicion), con Morgan Freeman, Gene Hackman e Monica Bellucci: ma nessun cast potrà mai eguagliare la perfezione di tre interpreti formidabili come Lino Ventura, Michel Serrault e una tormentatissima Romy Schneider, qui alla penultima apparizione prima della prematura scomparsa, avvenuta l’anno successivo.