Nessuno scrive al colonnello, di Arturo Ripstein

Titolo originale: El Coronel no tiene quien le escriba
Regia. Arturo Ripstein
Soggetto: tratto da Nessuno scrive al colonnello di Gabriel Garcia Márquez
Sceneggiatura: Paz Alicia Garciadiego
Fotografia: Guillermo Granillo
Montaggio: Fernando Pardo
Musica : David Mansfield
Scenografia: Antonio Muño-Hierro
Costumi: Gadalupo Sanchez
Interpreti: Fernando Luján (Il colonnello), Marisa Paredes (la moglie), Salma Hayek (Julia), Ernesto Yáñez (Don Sabas), Rafael Inclán (Padre Ángel), Daniel Giménez Cacho (Nogales)
Produzione: Jorge Sanchez
Distribuzione: Keyfilms
Durata: 118’
Origine: Francia/Messico/Spagna 1999

Isolamento forzato, solitudine necessaria. Separazione e distacco, ma non rassegnazione. L’attesa disperde i propri contorni, sfuma nel rintocco di un quotidiano torpore, di un’immobilità enigmatica, si sforma attorno ad un’idea – la pensione di guerra – definita e insieme astratta, concretissima e puramente ideale. Il tempo si muove e resta fermo, si distende e si concentra, scandito dal pensiero di quel solo obiettivo. Per l’uomo che abita questo tempo da acquario, rinchiuso nella propria coerenza, morire di fame vale più che perdere la dignità.
Ripstein scrive su Márquez: visività morbida e avvolgente, tratto elegantissimo e sinuoso, ritmi dilatati. L’inquadratura, semplicemente insistita o prolungata nel piano sequenza, articolata in un dinamismo costante e misurato che fa ampio uso del montaggio interno, insegue il testo dello scrittore colombiano cercando di sovraesporne i momenti tematici più rilevanti, di isolarne e rimarcarne le linee di forza. Ripstein e Paz Alicia Garciadiego sembrano voler leggere Márquez in orizzontale più che in profondità, esaltando più che possibile la contrapposizione tra l’integrità autistica ed orgogliosa del colonnello e di sua moglie (che hanno perso il loro unico figlio) e l’immobilismo di un intero paese, inchiodato dalla burocrazia e dalla rapacità dei nuovi potenti. L’idea è valida (è corretta nell’interpretazione delle portanti narrative proprie del testo), ma debole se resta l’unica chiave di lettura. Tutto si fa definito, dichiarato, perfino schematico e la sospensione grottesca, l’indecifrabile senso di irrealtà, l’umorismo acido e segreto della prosa márqueziana svaporano. Manca in definitiva quel sottile distanziamento dal realismo, quel distacco che ne problematizza l’assunto e lo rende più denso. E se la figura potente del Coronel assume il peso di un personaggio complesso (descritto con una partecipazione solo a tratti eccessiva), il contesto di cui è parte (compresa la figura della moglie) sembra non possedere lo spessore drammatico originario. Nelle mani di Ripstein Nessuno scrive al colonnello, forse il testo più importante di Márquez per ciò che concerne il periodo che precede la stesura di Cent’anni di solitudine, diventa un film fascinoso ed elegante, ma perde il suo tratto graffiante, la sua identità complessa. Non bastano lo stile mirabile e raffinatissimo, né le magnifiche interpretazioni di Fernando Luján e Marisa Paredes: la scrittura di Ripstein su Márquez illustra con cura, ma non trova la strada dell’autentica interpretazione.