OSCAR 2013 – Un Oscar al Presidente

obama, bush, clinton, carter
La storia delle candidature al premio Oscar da sempre segna una tendenza, ma non dice la verità. Intendiamoci possono sorprendere (raramente) o restaurare (il più delle volte). È certo però che in oltre ottantanni hanno acquistato, grazie al peso produttivo mondiale delle major e del marketing, la capacità di indicare una direzione (un modello?).
In attesa di sapere, questa notte, quali saranno i vincitori della  85esima edizione, ecco alcuni estratti dagli articoli dello speciale Oscar 2013 pubblicato sul n.5 di Sentieri selvaggi Magazine

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Ha giurato su due bibbie, una appartenuta al 16° presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, l’altra ricorda Martin Luther King. Obama si affida alle parole alla storia per aprire il suo secondo mandato.
Al mastodontico Lincoln che lo scruta alle spalle. Il 44° inquilino della Casa Bianca lo cita nel suo discorso dopo il giuramento “i patrioti del 1776 non combatterono per rimpiazzare la tirannia di un re, o i privilegi di pochi senza regole. Ci consegnarono una repubblica, un governo, del popolo, che viene dal popolo e agisce per il popolo’’. Sono le parole di Lincoln a Gettysburg, uno dei discorsi più conosciuti del presidente repubblicano che mise fine alla schiavitù. Obama si affida alla potenza del sogno, come già aveva fatto nel 2008. Ma oggi a quell’immaginario di speranza e cambiamento, di fuga dall’oscurantismo repubblicano di G.W. Bush, si chiede altro.
Non più la possibilità di un nuovo inizio ma delle risposte forti e convincenti al presente. Alla recessione, alle divisioni sociali e razziali, ad un welfare più solidale. Un Comandante in campo capace di risollevare la fiducia e l’orgoglio. La verità su ciò che siamo e quello che dobbiamo al nostro futuro.

Sono le pellicole in corsa per l’Oscar a bussare alla Casa Bianca per avere quelle risposte. Così la caparbietà incisa nel volto e nelle parole del potente Lincoln cinematografo di Spielberg assumono più di un significato. Come la guerra dei droni e la morte “nascosta” di Bid Laden dell’ultimo Zero Dark Thirty della Bigelow. La missione impossibile della libertà grazie all’illusione del cinema in Argo di Ben Affleck. La vendetta del pistolero nero Django contro i negrieri e il Ku Klux Klan nel devastante western di Tarantino
. Senza dimenticare le ombre ingombranti dei padri in The Master di P.T. Anderson.
Le analogie e le antitesi delle pellicole che si sfideranno questa, mentre qui in Italia è il D-Day delle elezioni 2013, sembrano timbrare in maniera preponderante il nuovo percorso della politica americana democratica del “4 more years”. La storia avvincente del primo presidente nero che aveva fatto piangere l’America e mezza Europa, quest’ultima alle prese con svuotati modelli e vecchi stereotipi era stata sedotta dalla new wave americana, oggi sembra troppo lontana. Il presente degli States è più complesso. Fronti di guerra sopiti, ma mai domati. La crisi economica che incide più di quanto galoppa la ripresa e le riforme interrotte o sbiadite da compromessi al ribasso e qualche titubanza di troppo hanno fatto singhiozzare il percorso della politica dell’inquilino Django Unchaineddella Casa Bianca. È stata proprio Hollywood a suggellare nel gennaio 2008 la fine dell’era Bush e la nascita dell’uomo nuovo. Un film come Io sono leggenda, intepretato dal Will Smith, uscito nel gennaio del 2008 quasi in contemporanea con l’insediamento in mondovisione, voleva essere (pur senza accedere agli Oscar) la massima consacrazione e glorificazione del nuovo avvento. La speranza delle minoranze pronte finalmente a scalare il sogno americano accompagnate per mano da Obama. Oggi quel sogno sembra ritrovarsi più sfocato, errante ed inquieto nel Django di Tarantino. O nel buio dell’azione militare del film della Bigelow. È il cinema a non credere più nella politica del “yes we can”? La storia delle candidature al premio Oscar può venirci incontro. Da sempre segnano una tendenza, ma non dicono la verità. Intendiamoci possono sorprendere (raramente) o restaurare (il più delle volte). Aprire conflitti e dibatti tra spavaldi supporters degli esclusi eccellenti o scaldare le casse dei bookmakers. È certo però che in oltre ottantanni hanno acquistato, grazie al peso produttivo mondiale delle major e del marketing, la capacità di indicare una direzione (un modello?).

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