"Oscure presenze a Cold Creek", di Mike Figgis

Con Mike Figgis l'occhio è disorientato e persegue la ricerca di un cieco "compagno" delle ombre. Ritorno al thriller psicologico senza dover precipitare nelle profondità tenebrose dell'ignoto, ma facendo scivolare lo "straordinario" nell'ordinario. Fantasmi e desideri creano la propria materia per la generalizzazione dei vissuti più reconditi.

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Una piccola videocamera è fatta scivolare in un pozzo naturale per scoprire l'arcano raccapricciante. L'imbracatura è risparmiata a chi si presenta dinanzi al mistero. Il cinema di Figgis si serve di un giocattolo tecnologico più leggero e flessibile come ha fatto in Hotel. Se lo split screen moltiplica i piani visivi simultaneamente, paradossalmente non ha peso prospettico tra i diversi punti di vista. Così, nella tenuta in mezzo al bosco, dove una famiglia metropolitana cerca pace, gli stimoli percettivi e i pensieri nascosti si espandono, si fanno sempre più prepotenti. Campi e controcampi, grandangoli e dagli angoli,  con supporti cinematografici comuni, perchè il terrore non si sperimenta ma si sente arrivare. La casa dei sogni, bene confiscato e messo all'asta dalla contea, straripa ancora di ricordi e di passato. Oggetti minacciosi, foto compromettenti, diari "disturbati". L'occhio è disorientato e persegue la ricerca di un cieco "compagno" delle ombre. Ritorno al thriller psicologico (dopo Affari sporchi) senza dover necessariamente precipitare nelle profondità tenebrose dell'ignoto, ma facendo scivolare lo "straordinario" nell'ordinario. Fantasmi e desideri creano la propria materia per la generalizzazione dei vissuti più reconditi. Le presenze oscure interferiscono e mescolano le carte. Il genere "mainstream" ti porta fuori strada, lontano dai sentieri segnati e asfaltati della Grande Mela. Il perno narrativo non gira intorno ai segreti impronunciabili della proprietà svenduta, la tensione non si ritrova negli effetti "batticuore" o nella suspense di maniera. Il promontorio, acme della paura, non c'è. Il giovane Dale Massie (Stephen Dorff) è appena uscito dalla prigione e rivendica il mal tolto. I coniugi in crisi (Dennis Quaid e Sharon Stone) invadono gli spazi e non intendono ritirarsi. Lo scontro non si compie come finale rocambolesco ma è la tempesta prima della quiete con l'esterno. In casa il sospetto e l'incubo hanno ormai inesorabilmente intriso le pareti. Ripensare alla fuga, dopo Las Vegas, è voler sperimentare la tecnica tra le più classiche e consolidate: il meccanismo di rimozione. L'appropriazione indebita (moralmente) dell'immobile sembra lasciare un segno indelebile tra i ricorrenti attimi di stasi apparente. L'incertezza è attribuita al "mostro" ritornato all'ovile e la narrazione sublima non solo la concettualizzazione ma anche il giudizio sul male che si estirpa oscurandolo. Apparentemente anomalo e incerto nell'esposizione formale, il film prova a rimuovere il superfluo e il già fatto puntando sulla reazione non preconcetta ma sempre vigliaccamente e umanamente motivata. Il registro operativo è piazzato sul disagio della ripetizione creativa: le oscure presenze sono cose salde, incarnano e generano la verità della finzione. Figgis pare avviato ad affinare un "orecchio assoluto" che gli consente di percepire l'intero campo semantico e visivo del cinema.  

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Titolo originale: Cold Creek Manor


Regia: Mike Figgis


Sceneggiatura: Richard Jefferies


Fotografia: Declan Quinn


Montaggio: Dylan Tichenor


Musiche: Mike Figgis


Scenografia: Leslie Dilley


Costumi: Marie-Sylvie Deveau


Interpreti: Dennis Quaid (Cooper Tilson), Sharon Stone (Leah Tilson), Stephen Dorff (Dale Massie), Juliette Lewis (Ruby), Kristen Stewart (Kristen Tilson), Ryan Wilson (Jesse Tilson), Dana Eskelson (sceriffo Ferguson), Christopher Plummer (papà di Dale)


Produzione: Red Mullet


Distribuzione: Buena Vista International Italia


Durata: 115'


Origine: USA/GB, 2003 


                                  

 


 


 


 


 

 

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