Perfect Sense, di David Mackenzie

Perfect Sense è un film apocalittico riguardante una pandemia mondiale, nel mezzo della quale nasce un’inusuale ma vera storia d’amore tra due individui comuni. Non è facile stabilire quale tra le due sia la storia principale e quale quella di contorno: la relazione sentimentale potrebbe essere una sottotrama atta a evidenziare un messaggio, ma potrebbe anche essere la pandemia l’espediente usato per parlare di amore; trovare l’amore durante una catastrofe o catastrofe quando si trova l’amore?

Susan (Eva Green) è un’epidemiologa reduce da diverse delusioni amorose, mentre Michael (Ewan McGregor) è uno chef solitario. L’incontro tra i due avviene in circostanze insolite, con il mondo nel pieno di una situazione terribile e inspiegabile a causa di una grave epidemia. Susan scopre che a Glasgow si sono verificati 11 contagi, e altri in città vicine; dalla Gran Bretagna l’epidemia si diffonde in Francia, Belgio, Italia e Spagna in sole 24 ore. Le persone infette cadono in una profonda crisi depressiva che porta alla mente brutti ricordi, che si portano poi ad un attacco di pianto improvviso, seguito dalla perdita del senso dell’olfatto e, con il trascorrere delle settimane, anche tutti gli altri sensi – in ordine, si perde il gusto dopo aver provato una fame incontrollabile verso qualunque cosa (spazzatura, olio, fiori, carta, carne cruda), si perde l’udito, dopo un eccesso di rabbia incontrollabile, e poi anche la vista. A quel punto non si può che rassegnarsi.

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Usando i quattro sensi fondamentali come metafore il regista vuole porre lo spettatore di fronte alle circostanze odierne, dove svaniscono tutte le certezze delle persone, dove non esistono più costanti e punti di riferimento. Il film parte da questa base per invitare a riflettere sul vuoto e sulla perdita di scopo della società attuale, dove la perdita di umanità, gioia e individualità si diffonde e ‘contagia’ le persone proprio come la pandemia descritta. In un mondo al crollo e dove ogni certezza, anche sensoriale, sta ormai svanendo, le uniche costanti in grado di opporsi al lento degrado dell’animo sono i sentimenti – e su tutti il più nobile e forte, l’amore. Perdere l’olfatto e il gusto priva l’uomo di memoria e ricordi e più viene scatenata la rabbia verso gli altri, più si perde l’udito, ovvero la capacità di ascoltare. Il tatto sembra essere uno dei sensi dimenticati. Il suo rimanere integro pare più una punizione che un dono, dato che senza l’appoggio degli altri sensi sembra non funzionare, non essere più gratificante.

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Nonostante la desolazione e il senso di impotenza che permeano la storia, la speranza non viene cancellata del tutto. Fin dalla perdita del primo senso, e dopo il dolore che ne consegue, l’uomo tenta sempre di rialzarsi e cercare soluzioni che portano sempre chi guarda a sentirsi un po’ più al sicuro, nonostante l’esito inizi a essere chiaro già da metà film. Può sembrare scontato, ma Perfect Sense è una specie di disaster movie in cui cercare una cura non pare essere lo scopo principale: una volta che i laboratori vengono distrutti e i medici contagiati, è palese la resa dei protagonisti alla minaccia che pare ormai inarrestabile. Non ci sono figure eroiche pronte a salvare il mondo, medici sacrificati, civili che riescono in qualche modo a trovare una soluzione: nonostante non vogliano accettarlo, ognuno sembra rassegnato a ciò che succederà. Si tratta di un film in cui l’essere umano si arrende all’inspiegabile pur di non sentirsi solo.

Ciò che importa davvero al regista, ma in seguito anche agli spettatori, è vedere come il mondo potrebbe riuscire a cavarsela e sopravvivere anche in casi estremi come questo. Non si tratta di un’epidemia drastica e che uccide istantaneamente come nei film sulle diffusioni dei virus, né di un evento che uccide lentamente come la crisi climatica, bensì di un nemico invisibile, veloce, impossibile da catalogare. E non perché necessita di un microscopio per essere visto – non si può vedere con nessun mezzo scientifico – ma perché si tratta del disfacimento del mondo così come lo si conosceva e di come viene vissuto prima e dopo l’annichilimento sensoriale, mostrato attraverso la vita sentimentale dei due protagonisti principali. L’unica certezza che si ha è che i sensi spariscono a seguito di una crisi personale; ma, mentre i sensi se ne vanno, l’amore resta.

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La città di Glasgow (Scozia) è pervasa da un’atmosfera asettica e surreale sin dall’inizio, già prima della perdita dell’udito. Basti pensare al luogo insolito e desolato in cui Susan si incontra con la sorella; segnale che la desolazione c’era già da prima e, anzi, quasi migliora con la perdita dei sensi. L’esperienza della perdita viene vissuta, per quanto possibile, anche dal pubblico oltre lo schermo, soprattutto grazie al mutismo filmico alla perdita dell’udito. Anche il mondo vive la diffusione globale dell’epidemia, mostrata attraverso filmati da repertorio, realizzati appositamente in stile documentaristico, rendendo la tensione, prima vista solo dagli occhi dei due protagonisti, più tangibile e reale. Il suo essere lontano dai film catastrofisti lo si scorge sin dall’inizio e lo si conferma ancora una volta verso l’epilogo: innanzitutto i protagonisti non ne sono immuni, e anzi diventano i capri espiatori della pandemia, usati come mezzo per raccontarla da vicino, come coinvolti in un ballo carnale della morte. McKenzie riesce a rinnovare il genere mischiandolo con altri: dramma, romantico, thriller, disaster movie (o si può davvero dire epidemic movie?), inserendovi una storia capace di emozionare quanto basta senza uso di forzature che vanno oltre ciò che si sta raccontando, creando una sensazione di spaesamento e impotenza in un mondo sull’orlo di un’apocalisse sensoriale, raccontata come inevitabile.

Pare un gioco di parole, ma il film parla letteralmente di un mondo privo di senso. La gente riscopre così i propri affetti e torna ad apprezzare le piccole cose, quelle che aveva dimenticato – come l’odore che può avere una foglia – consci del fatto che ogni piccolo sguardo e assaggio potrebbe essere l’ultimo della loro esistenza. “Adesso è buio. Ma sentono il respiro reciproco, e sanno tutto quello che devono sapere” – la voce narrante rivela quello che sarà il finale, anche se ciò che succede dopo la perdita della vista si può solo che immaginare, come sicuramente lo immagineranno i protagonisti, che alla perdita di ogni senso sono diventati più forti e determinati: infondo l’amore non necessita di alcun senso per esistere, manifestarsi ed essere provato.

Perfect sense rientra tra quei film che, nonostante la voce fuoricampo sin troppo didascalica che anticipa gli eventi, raccontandoli mentre vengono mostrati, vive di metafore che non vogliono essere spiegate, che mirano a restare insolute e quindi non temono di avere illogicità a livello narrativo – il che potrebbe essere il difetto primario dell’opera stessa. L’epilogo, però, racchiude tutto il significato che la visione ha sempre tenuto coerente, rendendolo estremamente allegorico: manca poco alla perdita della vista, tutto sta per annerirsi per sempre, ma anziché disperarsi, l’umanità vive il suo ultimo momento di felicità, condivisione, perdono e amore. Appena prima del buio tutti vivono la luce; è questo il senso perfetto del titolo, ovvero il non senso, ciò che rimane, che sopravvive a ogni altra cosa.

Titolo originale: id.
Regia: David Mackenzie

Interpreti: Eva Green, Ewan McGregor, Ewen Bremner, Connie Nielsen
Durata: 92′
Origine: Germania, Regno Unito, Danimarca, Svezia, 2011

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1.5 (2 voti)