#PesaroFF58 – La densità del cinema della metamorfosi. Incontro con Anna Marziano

Il festival riscopre, grazie alla retrospettiva curata da Federico Rossin e Rinaldo Censi, il cinema della regista padovana.

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Pesaro58 riscopre, grazie alla retrospettiva curata da Federico Rossin e Rinaldo Censi, il cinema di Anna Marziano. La regista padovana, è da sempre una attenta rivelatrice di un mondo emozionale interiore e composito che al pari delle sue origini si esprime in una forma, o meglio sarebbe dire, in più forme, tutte destinate a restituire i temi della mutazione dello stato delle cose. In questa prospettiva diventa anche conseguente l’uso del cinema come materia plasmabile e quindi inventata per rispondere alla rappresentabilità di uno sguardo sempre stratificato che si forma anche con l’uso di più elementi, di più parti della propria stessa esistenza.
In precedenti interventi ci si era già occupati di questo suo cinema che sa rivelare, attraverso il dono della mai banale riflessione, quasi genetica, in verità mai esibita, l’ininterrotta mutazione e in particolare gli effetti che il lavorio del tempo produce. Così i suoi film muovendo da quelle immagini sanno diventare materia originaria. Di questa stessa pasta erano fatti sia il film con il quale la regista padovana si era fatta conoscere in Italia, Variations ordinaires che, proiettato al Festival di Torino del 2012, ha saputo cogliere con una lunga riflessione sul tempo, attraverso una sempre attenta narrazione che diventava l’effetto necessario dei dialoghi colti dalla sua macchina da presa, le trasformazioni urbane di una città come Roubaix nel clima post industriale dei primi anni del nuovo secolo. Più avanti nel tempo il suo cinema, h trovato una stretta relazione con una intimità accresciuta da una maternità vissuta in modo intenso e consapevole. Al di là dell’uno del 2017 è snodo cruciale di una mutata direzione dello sguardo che raccontava, o meglio sarebbe dire, mostrava, un panorama personale che diventava anche approccio filosofico e ragionato, razionalizzante, sul mondo degli affetti personali in rapporto ai temi di una socialità incombente e sulla quale diventa, al tempo stesso, urgente intervenire.
I due curatori di questa prima retrospettiva italiana dedicata ad Anna Marziano e la stessa regista, nei locali del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro hanno a lungo conversato con l’autrice, con gli interventi del pubblico ad integrazione delle riflessioni che hanno spinto i curatori a proporre questa retrospettiva totale sul cinema dell’autrice.

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È la stessa Marziano ad insistere su quella struttura del suo cinema che si manifesta in una forma modellabile e plasmabile. Il mio lavoro – aggiunge – è anche quello di manipolare la pellicola, rimpastare per ritrovare nessi, raccordi, in un vortice di attività che coinvolge luoghi e persone. Il lavoro di elaborazione è quello di dare voce e immagine alla concatenazione delle suggestioni. Tutto grazie alla potenza dell’immagine, ma anche del suono che deve attraversare anche il corpo dello spettatore e il mio compito è quello di eliminare le barriere che impediscono al suono di finalizzare questo lavoro.
Il tema conduce necessariamente al supporto che diventa materia dei suoi film nei quali l’uso della pellicola, nonostante la duttilità del digitale, diventa a volte perfino preponderante.
Ho sempre avuto una intima connessione con la pellicola, forse anche perché mio padre nel garage sviluppava da solo le sue fotografie e io ho imparato a familiarizzare con questo supporto che poi mi ha accompagnato negli anni in cui mi sono dedicata alla fotografia. Ci sono delle cose che apprezzo nel girare con la pellicola, tra queste anche l’imprevisto che il supporto porta con sé rispetto al digitale, ma soprattutto le relazioni che la pellicola crea tra i colori che non è la stessa di quella che viene creata dal digitale. La pellicola consente di trascrivere più fedelmente la luce, il che restituisce al cinema in pellicola una densità che si perde con il digitale, che al contrario garantisce una maggiore fluidità al lavoro che poi si riversa anche nelle immagini. Ma è proprio questa densità che mi interessa.
Un altro e non secondario aspetto è quello del rapporto con lo spettatore che nel guardare il film deve costruire un proprio percorso ideale e Federico Rossin soffermandosi proprio su questo particolare sollecita l’intervento della regista.
La relazione si crea attraverso il montaggio e solitamente sono disturbata da quei montaggi che come dei tacchini ripieni contengono tutto e quindi troppo. Il lavoro di montaggio deve rispettare innanzi tutto il suono, che deve stemperare l’atto violento del filmare.
In questa prospettiva va sottolineato come in Al di là dell’uno questo incontro tra immagine e suono ridefinisce i contorni del film – osserva Rinaldo Censi – e il collage diventa un’ulteriore forma espressiva.
Il mio lavoro è quello di reinventare, di riportare le sensazioni opposte come quelle del caldo-freddo e in questa prospettiva che si sviluppano i miei film. Tutto qui ad esempio, l’ultimo che ho realizzato, è fatto quasi esclusivamente in casa a causa dei lockdown. È questo lavoro che dà alle immagini il senso di una costante impermanenza, di una metamorfosi che credo sia uno dei tratti principali delle mie intenzioni quando decido di girare un film. Ma al tempo stesso credo che ogni film sia una specie di miracolo soprattutto per me che lavoro senza grandi budget, ma solo su quel minimo che serve a realizzare quello che diventa necessario fissare nelle immagini.
Da queste premesse nascono i suoi film tra il saggio e il diario, un cinema a volte indefinibile che coglie anche il maturare dei rapporti, le contraddizioni e gli scontri del reale nel quale è immerso e dal quale sa allontanarsi in quello sguardo distante, ma al tempo stesso vicino che il suo recente, Al largo nuovamente suggerisce.

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