"Prendimi (e portami via)", di Tonino Zangardi

Il film regge sul concetto di "outsider". La periferia, la marginalità, la solitudine, la diversità, è materiale scenico che si frammenta nello sguardo di regia. È soltanto scalfita la sensazione vissuta dell'essere fuori, per cedere il passo troppo spesso a quella eccessivamente "ricamata".

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Location: Cinecittà est. Quartiere popolare con architettura recente. Al centro un campo nomadi: una riserva "indiana" di roulotte. È un universo concentrico: la ghettizzazione è elevata al quadrato. Nella periferia metropolitana, da cui sembra impossibile sconfinare, si accampano i diversi dei diversi. Il male e il disagio sono circoscritti nello spazio e nella mente. Ci si ribella allo stato delle cose con volto coperto e armi da fuoco. Gli outsider Luciana (Valeria Golino) e Giampiero (Noah Scialom) stentano a ritrovarsi come madre e figlio e come individui condannati a reprimere ogni forma di evasione. Lei è una pittrice mantenuta dal marito (Rodolfo Laganà) fruttarolo, lui è un bambino che si invaghisce di  Romana (Romina Hadzovic), la piccola rom che scorge dal suo balcone. I punti di riferimento di ognuno non si incontrano mai, sono su isole minate. Luciana si lega sentimentalmente ad un avvocato di passaggio interessato ai suoi quadri. Giampiero sogna di viaggiare con l'atlante sottobraccio ma scopre la coatta condizione a cui deve sottostare una bambina merce di scambio che non ha mai visto il mare, e l'infelicità di chi ingenuamente si fa travolgere da un sentimento "clandestino" e pericoloso. Il bar, unica fonte di aggregazione, è il ritrovo del malessere di vivere per rancorosi e facinorosi. È  il centro reclutamento per chi spera di ripulire le proprie strade da chi non si vergogna del proprio essere. Scontati i rimandi con il cinema di Tony Gatlif (Vengo), anche se Zangardi ha già lavorato per e con gli zingari in Allullo drom (1993) e con documentari televisivi (Les Saint Marie dè la mer, 2002), dimostrando una certa disinvoltura di movimento. Questa volta però la periferia, la marginalità, la solitudine, la diversità, è materiale scenico che si frammenta nello sguardo di regia. È soltanto scalfita la sensazione vissuta dell'essere fuori, per cedere il passo troppo spesso a quella eccessivamente "ricamata". Il film ha difficoltà a cambiare passo in narrazione. Soffre di una staticità di immagine e di scarso respiro figurativo. I potenziali richiami universali per la convivenza, per l'ibridismo etnico, sono costretti in una messa in scena paradossalmente identificabile solo attraverso la marcata cadenza dialettale di alcuni (Laganà, Iuorio), la non perfetta coralità interpretativa e una certa tendenza a estremizzare più gli aspetti di forma che di contenuto. Spigolosa e coinvolgente resta Valeria Golino, perchè forse trova sempre di che nutrirsi quando si tratta di tirarsi fuori per poi toccare con apparente estraneità vocale e corporale.

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Regia: Tonino Zangardi
Sceneggiatura: Tonino Zangardi, Giuliano Bruni
Fotografia: Marco Onorato
Montaggio: Tonino Zangardi
Musiche: Andrea Guerra
Scenografia: Enrico Serafini
Costumi: Metella Raboni
Interpreti: Valeria Golino (Luciana), Rodolfo Laganà (Alfredo), Noah Scialom (Giampiero), Romina Hadzovic (Romana), Antonino Iuorio (Otello), Marco Zangardi (Italo), Claudio Botosso (Avv. Antonini)
Produzione: Veradia Film
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 100'
Origine: Italia, 2003

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