Rilakkuma e Kaoru, di Masahito Kobayashi

Scritta da Naoko Ogigami, la miniserie, animata in stop-motion, dialoga con i film della regista per articolare un discorso sull’importanza dei legami d’amicizia nella quotidianità. Su Netflix

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La terminologia anime, diffusasi ormai in maniera capillare grazie all’alta esposizione di cui esso gode nel panorama del consumo audiovisivo mondiale, corrisponde nell’immaginario collettivo ad un’unica forma di animazione, la Hand drawn (o cell) animation, i cui fotogrammi di base sono disegnati a mano. Nonostante l’animazione tradizionale abbia subito molteplici variazioni nel corso delle decadi, che l’hanno condotta verso una progressiva contaminazione con gli elementi in computer graphic (tendenzialmente utilizzati nella composizione degli sfondi), quando si parla di prodotti animati nipponici, ancora oggi si tende ad includere nella definizione solamente quelle opere che seguono il paradigma appena citato, escludendo una fervente nicchia di materiali operanti secondo tecniche d’animazione differenti. Ed è precisamente in questa seconda categoria di testi audiovisivi che Rilakkuma e Kaoru trova la propria dimensione, in quanto animata in stop-motion (o in passo uno) attraverso l’uso di pupazzi e personaggi in plastilina.

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Analogamente alle sperimentazioni di Kawamoto e Okamoto, e dei contemporanei Murata e Yashiro, Rilakkuma e Kaoru si serve degli oggetti inanimati per raccontare una storia calata nel più profondo e ricercato realismo, evidenziato dal corpus analogico dei puppets. Scritta da Naoko Ogigami e in totale continuità con le narrazioni filmiche della cineasta, la miniserie allora, nel mettere in scena l’interazione quotidiana tra la protagonista Kaoru, una gentile salarywoman sommersa dal tedio della routine giornaliera e il suo “animale domestico” Rilakkuma, un pigro orso bruno in peluche che trascorre il tempo con i suoi amici Korilakkuma e Kiiroitori (un orso bianco amante del cibo e un pulcino esperto nelle pulizie domestiche), propone un profondo discorso sulla necessità di affrontare le tribolazioni e le difficoltà della vita quotidiana, mediante il filtro dei rapporti “umani”. Proprio come in un film della Ogigami, la serie, di fatto, nel raccontare una storia di amicizia all’apparenza leggera e ilare in un contesto narrativo dominato dalla reiterazione di micro-azioni comuni, svuotate della gravitas diegetica dei macro-eventi, non rifugge dalla rappresentazione di quei problemi esistenziali (come spossatezza, insoddisfazione cronica, assenza di legami e di una degna retribuzione) che interessano il lavoratore comune giapponese, omologato tanto nell’iconografia quanto nella costituzione identitaria. Se in Rent-a-cat (2012, Ogigami) Sayoko naviga le maree del tedio quotidiano nel rapporto terapeutico con i propri gatti, così come la protagonista di Kamome Diner (2006) trova un antidoto allo sfasamento derivante dallo sradicamento territoriale nella (reiterata) preparazione collettiva di pietanze, qui Kaoru, interfacciandosi con l’innocenza e l’infantilismo dei suoi coinquilini animaleschi, riscopre finalmente il piacere della quotidianità e l’intimità che da essa deriva.

Da questa prospettiva, Rilakkuma e Kaoru funziona in virtù di un’organica contaminazione di toni comici con quelli del dramma, ulteriormente enfatizzata dall’approccio episodico della narrazione, che prediligendo una racconto verticale (ogni capitolo racconta una storia auto-conclusiva) a quello orizzontale (l’intreccio è parzialmente serializzato, dal momento che pochi elementi hanno un ricaduta narrativa sugli episodi che seguono) consente alla serie di toccare argomenti profondi attraverso la singolarità dei momenti comici. Nell’affiancare elementi di comicità visuale (il buffo character design dei personaggi si presta a molte gag umoristiche) a esilaranti azioni narrative (Rilakkuma che brucia costantemente i pancake o il pulcino Kiiroitori che rifiuta il brodo di pollo come segno di rispetto per la sua specie) sottolineati da uno stile d’animazione caldo ed esteticamente appagante, la serie trova una formula equilibrata per articolare un discorso filmico sul bisogno vitale di ri-scoprire la quotidianità, e godere dei momenti più comuni anche attraverso il calore dei legami “umani”.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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Le Arene estive di Cinema a Roma

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