ROCKY BALBOA STORY – Rocky III, di Sylvester Stallone

“Se negli anni ’60 la parola chiave era avere e negli anni ’70 essere, il leit-motiv del decennio [‘80] è apparire. Ognuno vive il bisogno di mostrare se stesso, costruirsi un’immagine, esibire la propria performance.” – Cristina Giorgetti, Storia del costume e della moda

Il terzo episodio di Rocky è quello che a conti fatti maggiormente teorizza e mette in pratica la ‘poetica del training’, fondamentale in tutta la concezione stalloniana di cinema, e specchio di tutti gli eighties. E’ il vero film spartiacque tra le ambizioni tardonewhollywodiane degli esordi del nostro, e i blockbuster planetari con Pan Cosmatos a venire.
E infatti, Balboa ha bisogno di cambiare velocità, per adeguarsi al decennio: deve mutare tecnica e metodo di allenamento, sposare le dinamiche di un uomo di spettacolo come Apollo (lo si noterà soprattutto in Rocky IV, quando alla rigorosa e disciplinata propaganda sovietica di Drago, Creed risponderà con quella americana, ovvero la pirotecnica pacchianeria delle messinscene di Las Vegas…) più che di un veterano dello sport come Mickey, che infatti soccombe. Dopo aver affrontato due assoluti simboli anni ’80 come il wrestler Thunderlips di Hulk Hogan, incarnazione della mutazione dello sport in spettacolo e fiera delle attrazioni, e il primo fallimentare incontro con Clubber Lang/Mr T, Rocky deve assolutamente imparare a muoversi diversamente se ha intenzione di sopravvivere in questo “circo”, come lo chiama spesso proprio il vecchio Mickey.

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Film a velocità impazzita, vede lo Stallone regista inglobare senza pensarci due volte, e senza voler nemmeno per un attimo perdere tempo a prendere le misure, le dinamiche proprie del videoclip, ovvero il nuovo linguaggio del presente. L’esagitazione formale e una prima riflessione autobiografica in rivolta contro il proprio stesso monumento muscolare (la statua esposta a Philadelphia…), nascondono in realtà un vertiginoso trattato estetico sulla violenza, vera e propria anima nera degli anni ’80.
L’intera pellicola è infatti innervata dalla filosofia dell’occhio della tigre, concetto non troppo distante dall’immagine della tigre dai denti a sciabola dominante tirata in ballo da Corman, il padrino di Sly, in un passaggio chiave della sua autobiografia: “Noi siamo un popolo violento, e una specie violenta. Se non lo fossimo, sarebbe la tigre dai denti a sciabola la specie dominante sulla Terra. Non lo è perché gli uomini l’hanno uccisa. Ne accennai in Anno 2000 – La corsa della morte, un film della New World uscito verso la metà degli anni ’70. […] La violenza è stata una necessità assoluta.”

L’occhio della tigre è allora già quello del “monumento all’odio” che proprio il personaggio antagonista interpretato da Stallone voleva innalzare per l’appunto in quel Death Race citato da Corman: “È cosa nota che dietro il culto dello sport in America si nasconde l’immagine sociale di una competitività individuale che è il nerbo ideologico della nazione: ciò spiega la popolarità di sport particolarmente violenti come il football americano, il pugilato, il catch.

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Lo sport riflette dunque in generale una competitività e in particolare una violenza che è quella della struttura stessa della società americana. Di più: esso esalta quella componente di rischio che è tipica di un’economia imprenditoriale e di un’ideologia individualista. Come ogni entertainment, pubblicizza un mito negato alla realtà dei più, lo costruisce e lo propaganda tra coloro che ne sono esclusi. Anche da questo punto di vista il cinema è una fabbrica di sogni, così come lo sport è metafora di una falsa ideologia”, chiosa La Polla.

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Stallone tornerà a servirsi di volti e corpi rubati al wrestling con la saga degli Expendables, trilogia che esplicita una volta per tutte il debito aldrichiano del suo cinema: per dire, lo straordinario California Dolls di Aldrich sul wrestling femminile è giusto di un anno precedente a Rocky III, e sono pronto a scommettere che Sly l’avesse guardato con attenzione e preso appunti…