#RomaFF12 – Ferrari: Race to Immortality, di Daryl Goodrich

Non solo un documenario sulla Ferrari ma un film sulla morte. Circoscritto agli anni ’50,. Che offusca la figura dell’ingegnere e sa gestire perfettamente archivio e tempi del racconto.

Non un documentario sulla storia della Ferrari. Ma un film sulla morte. Dove i preziosi materiali d’archivio, le interviste d’epoca e quelle dei superstiti di oggi vanno oltre il valore della testimonianza. Ferrari: Race to Immortality racconta i successi ma soprattutto i dolori della scuderia Ferrari negli anni ’50. Sull’ombra del fondatore Enzo Ferrari, che si vede poco ma di cui si avverte la sagoma persistente più della presenza, il documentario ruota attorno soprattutto davanti a due figure-chiave, i piloti inglesi Peter Collins e Mike Hawthorn, molto amici anche nella vita. Il primo è morto nel 1958 sul circuito di Nürburgring nel 1958, l’altro l’anno successivo in seguito a un incidente stradale proprio dopo essersi ritirato e aver vinto il Gran Premio.

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Sullo sfondo scorrono alcuni dei piloti che hanno fatto parte della squadra in quel decennio, dagli italiani di talento Luigi Musso ed Eugenio Castellotti, ad Alfonso de Portago e Manuel Fangio, tutti morti in pista tranne quest’ultimo.

ferrari race to immortalityIl documentario di Daryl Goodrich ha il merito di non voler essere esaustivo ma di voler concentrare l’arco temporale sugli anni ’50, periodo in cui la storia della Ferrari ha iniziato ad accompagnarsi con la leggenda. Ma soprattutto ha un ritmo impressionante proprio dettato da un mix micidiale di montaggio tra dichiarazioni e filmati. Ogni gara sembra di riviverla come se fosse la prima volta. E i segni della morte, se non si conosce la storia dei piloti di questo periodo, sembrano presenti ogni volta che il documentario si sofferma su ognuno di loro. Come una sorta di tragico presagio annunciato. E anche nelle storie degli spettatori che assistevano al Gran Premio dopo gli incidenti. E si manifestano anche attraverso la figura di Dino Ferrari, il figlio di Enzo morto giovanissimo a 24 anni nel 1956 che poi era legato a Collins.

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Oltre a una lezione di storia dell’automobilismo, Ferrari: Race to Immortality è l’esempio. di come un documentario che sa equilibrare materiali d’archivio e tempi narrativi del racconto. Ma è soprattutto la figura autoritaria di Enzo Ferrari che esce dalle leggenda e presenta più di una zona d’ombra. “Bisogna lavorare per non pensare alla morte”. E dopo la morte di Castellotti: “E la macchina come sta?”. Dove i piloti facevano parte della sua famiglia. E ci instaurava un rapporto quasi morboso, sentendosi tradito nel momento in cui loro iniziavano ad avere una vita privata. Lui quasi un’ombra. Che sembra parzialmente dissolversi quando si parla della morte degli spettatori, soprattutto i cinque bambini durante la gara delle Mille Miglia. Altro motivo di forza di un documentrio che attraversa la Storia riscrivendola e offuscando il mito del suo creatore. E che documenta, anzi fa sentire, il senso di un persistente pericolo.

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