#RomaFF14 – Adoration, di Fabrice Du Welz

«Non mi lascerai mai?», «No, mai!», «Allora ti amerò per sempre…»

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Dopo il calvario e l’alleluia c’è l’adorazioneLa trascendenza e l’immanenza sono ancora una volta in lotta nell’ultimo atto della trilogia ardennoise di Fabrice Du Welz, Adoration. Quella spinta contrastante tra la verticalità di uno sguardo che invoca il cielo e l’orizzontalità terrena delle nostre più profonde pulsioni, quell’universo nascosto dei disordini del cuore e della mente, si fondono in una sola parola: amore. E nel suo contraltare, la morte.

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Eros e thanatos all’origine di tutto, che qui prendono le forme ibride e concrete di due giovani, non più bambini ma non ancora adulti, Paul (Thomas Gioria) e Gloria (Fantine Harduin) che si innamorano follemente al primo sguardo. Lui è un timido ornitofilo che abita con la madre nell’ospedale psichiatrico in cui la donna lavora. Lei in quell’ospedale è reclusa. Senza pensarci, Paul decide di aiutare la sua amata e di fuggire via insieme, inesorabilmente.

Nella fuga senza mèta, immersi in una natura cangiante, i due hanno l’aspetto evanescente delle creature del bosco dei racconti di fate. Le loro ombre in controluce, merito anche dello straordinario lavoro fatto sulla pellicola di cui Du Welz è rigoroso cultore, li rende simili a fantasmi. E’ una fuga d’amore più vicina a Guillermo Del Toro che a Wes Anderson. L’epigrafe iniziale lo dichiara: siamo nel regno originario della fiaba, quello del perturbante e dell’orrorifico. Dall’istituto mentale, alle tappezzerie floreali d’ispirazione argentiana, alle luci rosse e verdi, agli uccelli (vivi o morti che siano), ci sono molti degli elementi dell’horror classico, eppure ce ne dimentichiamo facilmente non appena la barca con i due giovani inizia il suo girovagare sul fiume.

 

Ma con Du Welz non possiamo abbassare le difese: il suo non è un racconto normativo per “bambini buoni”, non vuole insegnarci una morale, né farci ricordare con nostalgia la bellezza e la purezza dell’amore in quell’età aurea che è l’infanzia.

Paul e Gloria sono gettati in un’avventura oscura, sotterranea, che ricorda più quella dell’Alice creata da Lewis Carroll o della sua “sorella” conclamata, la Lolita nabokoviana.

Con l’alternarsi delle stagioni e la sospensione del tempo queste magiche Ardenne, come Wonderland, non risparmiano incontri grotteschi e spaventosi e diventano scenario dell’esplodere della follia e dell’erotismo della ragazza.

La forza del film è tutta qui, nell’ambivalenza conturbante di Gloria, col suo vestito rosso e gli occhi penetranti – che (non a caso?) ricordano quelli di Isabelle Adjani Possession di Zulawski – nel suo essere bambina e donna insieme, stabile e instabile, col suo continuo e consapevole sedurre noi spettatori attoniti che assieme a Paul non potremmo fare altro che adorarla, desiderarla e giustificare le sue azioni.

 

Il Possesso, la Patologia, la Dipendenza nell’amore: ci sono tutti gli elementi che il cineasta aveva disseminato in questa trilogia costruita negli anni, ma in una versione un po’ meno incisiva.

Perché per quanto lo si voglia stravolgere, forse è proprio l’abusato soggetto della fuga d’amore a generare l’inciampo. Col mettere la parola fine a questo viaggio, col ricondurre ad un ordine le pulsioni e i deliri, “l’incanto” è spezzato.

Eppure ce l’aveva insegnato proprio lui, Fabrice Du Welz, «quand on est amoureux c’est marveilleux»…