#RomaFF14 – Nomad: in the Footsteps of Bruce Chatwin, di Werner Herzog

Werner Herzog e Bruce Chatwin finalmente si ritrovano in questo meraviglioso documentario sull’irrequietezza. Chatwin muore nel 1989 di AIDS e lascia all’amico regista il suo zaino in eredità. In quello zaino c’è tutto il suo mondo fatto di viaggi, esplorazioni, scoperte. Dopo 30 anni Herzog trova il modo e il coraggio di ripercorrere il giro del mondo, ritornando sui passi dello scrittore. Non c’è modo di districare con esattezza l’unione spirituale ed intellettuale tra i due, ispiratori ognuno dell’altro, basta ricordare Cobra Verde, tratto dal romanzo “Il viceré di Ouidah”. Otto capitoli, dalla Patagonia alle Black Mountains in Galles, per raggiungere il deserto australiano, leggendo estratti degli scritti di Chatwin. Viaggi della mente, sulla paura di restare troppo tempo fermi.

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“Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso e insopportabile dopo due? Alcuni viaggiano per affari, ma io non ho nessuna ragione economica per muovermi e tutte le ragioni per star fermo. I miei moventi dunque sono materialmente irrazionali. Che cos’è questa irrequietezza nevrotica? Girovagare soddisfa in parte, magari, la mia curiosità naturale e il mio impulso ad esplorare, ma poi sono tirato indietro da un desiderio di casa. Ho una coazione a vagare e una coazione a tornare, un istinto di rimpatrio come di uccelli migratori”. Ecco, questo potrebbe essere il nocciolo, il centro in cui probabilmente si intersecano le due anime per le quali le storie non accadono, le storie vengono raccontate. Forse bisognerebbe concedere alla natura umana un’istintiva voglia di spostarsi, un impulso al movimento in senso più ampio. Più che sottrarre qualcosa alla verità, Chatwin ed Herzog aggiungono sempre qualcosa di inaspettato, di inconsueto, di memorabile complessità. I due nomadi rinunciano, abbandonano i rituali collettivi e poco si curano dei processi razionali dell’apprendimento. Tutta l’infelicità del mondo proviene dall’incapacità di restar fermo in una stanza.

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Non appartenere a nessun posto, dalla Patagonia, alla Toscana, dall’Africa a Capri. Un misto di finzione, viaggi e antropologia si condensa sull’irrequietezza umana. Chatwin sparisce in Patagonia per un pezzo di pelle animale preistorico, trovato da un suo avo da quelle parti e tramandato in famiglia. Pare fosse un bradipo gigante, ma tutti in famiglia lo credevano un brontosauro. L’ossessione della scoperta di Herzog non è lontana, anzi guida il nostro sguardo attraverso continenti, epoche, paesaggi del nostro pianeta. La concatenazione delle affinità elettive crea una nuova geografia mentale del mondo, che in un susseguirsi di immagini vertiginose fotografa la vita, la morte e il destino dell’uomo sotto tutte le latitudini. Ad un certo punto appaiono centinaia e centinaia di mulini a vento: in quelle immagini di mulini al vento, quanto c’è della follia visiva di Herzog e della debordante scrittura di Chatwin? C’è la necessità di muoversi sempre e nello stesso tempo l’urgenza di fissare ossessivamente qualcosa, perché le orme del passato non restano fissate a lungo, si modificano e si mescolano con i cambiamenti repentini del contemporaneo, in una tendenza nevrotica a camminare senza una meta precisa, fatta di fughe improvvise e falsa quiete estatica.