Rumours, di Guy Maddin, Evan Johnson e Galen Johnson

Una satira gotica sulla crisi mondiale. Inizio promettente, poi emerge il piatto segnale di vita di un cinema troppo programmatico per riuscire davvero a lasciare il segno. CANNES77. Fuori Concorso.

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Un gazebo e sette personaggi. Un trattato del G7 da scrivere, per risollevare le sorti del mondo durante le tante crisi economiche, finanziarie, politiche del nostro tempo. “C’è sempre una crisi!” lamenta l’anziano presidente degli Stati Uniti a un certo punto del film. Ma questo testo non ci vuole molto a capire che i sette personaggi non riusciranno mai a finire di scriverlo, annacquato com’è da concetti e temi altisonanti, vuoti come parole chiave estrapolate a caso da google, dai social media, o da una chat-bot che a un certo punto del film sembra prendere il controllo della storia. Poi al calar del sole, dal bosco che circonda il gazebo spunta l’oscurità, i fogli di carta volano via risucchiati dalla nebbia e tra gli alberi si intravedono larve di zombie indecifrabili, sagome horror che ciondolano su se stesse e il massimo che riescono a fare è masturbarsi davanti agli occhi inerti dei sette grandi della terra. Loro – i sette personaggi protagonisti – corrispondono ai leader dei Paesi più industrializzati del mondo: Germania (Cate Blanchett), Francia (Denis Menochet), Gran Bretagna (Nikki Amuka-Bird), Stati Uniti (Charles Dance), Italia (Rolando Ravello), Giappone (Takehiro Hira) e Canada (Roy Dupuis). Insomma, un cast di prim’ordine e azzeccatissimo su cui prevedibilmente quest’ultimo film diretto da Guy Maddin, insieme ai suoi storici collaboratori Evan e Galen Johnson, costruisce un teatro dell’assurdo che si prende gioco dei potenti del nostro tempo. O sarebbe meglio dire impotenti. Qui il riferimento all’inutilità del loro ruolo è direttamente proporzionale all’inefficacia di questi zombi e degli smartphone che non funzionano lasciando il gruppo “fuori dal mondo”. Tutto chiaro?

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Evidentemente Rumours è una dichiarata metafora su questo mondo destinato al collasso, che si tinge e si sovraccarica di ironia, simbolismi e atmosfere oniriche già ampiamente battute dal trio canadese. Una satira gotica quindi, che flirta con l’Apocalisse e decide di giocare le sue carte con battute sparate in puro divertissment, qualche intuizione lucida (il Canada come “intruso” freakettone dello show della politica, il primo ministro italiano che non vuole “abbandonare” gli USA) e una seconda parte appesantita dalle ambizioni surrealiste dei tre autori (il cervello gigante!), personaggi fin troppo schematici (Alicia Vikander presidente dell’UE che parla solo in svedese) e da uno sterile girare a vuoto che è chiaramente il senso ultimo del film, ma anche il piatto segnale di vita di un cinema fin troppo programmatico, gigionesco e sicuro del suo talento per riuscire davvero a stupire e a lasciare tracce in “profondità di campo”.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.6
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Il voto dei lettori
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