Sentieri Selvaggi intervista Edoardo Morabito per L’Avamposto

Inizia stasera a Roma il tour di proiezioni del film di Edoardo Morabito sull’ecoguerriero Christopher Clark e il suo sogno pinkfloydiano. Abbiamo intervistato il regista

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Lo spettacolo è il Capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine, ci saluta così Edoardo Morabito in chiusura della nostra chiacchierata su L’Avamposto, il suo documentario che inizia oggi da Roma un tour di proiezioni nelle sale italiane (QUI tutte le date) dopo la presentazione alle Giornate degli Autori di Venezia 2023. La frase di Debord è perfetta per riassumere la parabola raccontata dal film, la storia dell’ecoguerriero Christopher Clark e del suo sogno di portare i Pink Floyd in Amazzonia per un concerto di sensibilizzazione per la costituzione della riserva naturale di Xixuau-Xiparina, un parco di 581.000 ettari a nord di Manaus.

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In questa storia ci sei anche tu, la tua voce racconta in prima persona della tua amicizia con Chris

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Edoardo Morabito: Sì, si è trattata di una necessità, di una scelta quasi obbligata. La cosiddetta autofiction raramente mi piace, soprattutto nel documentario, però è accaduto che Chris se ne sia andato quando ancora stavamo mettendo in piedi il progetto, che era inizialmente molto diverso. Ed è stato doloroso perché eravamo diventati molto amici ma ho sentito di doverlo fare, c’è stato un momento in cui avevo proprio abbandonato il film, ci ho messo un anno per convincermi a riprendere in mano quel soggetto che aveva vinto il Solinas, e l’unico modo per portarlo a termine era riscrivere quel materiale e metterci dentro la nostra relazione. Scrivere quel testo in prima persona è stata una fatica ma era l’unico meccanismo drammaturgico giusto per far funzionare la storia. Mi dispiace che oggi la voice over sia uno strumento narrativo un po’ snobbato da un certo tipo di documentario, forse proprio in reazione a questa moda dell’autofiction, il mio regista preferito è Orson Welles che invece ne faceva uso abbondante… Però se parliamo di cinema, e non di televisione, era importante che la voce fosse la mia, non una voce da doppiatore pulita, neutrale, perché al cinema ogni voce è un personaggio. E chi è questo personaggio? E’ il regista di questo film, di questo gioco monicelliano di specchi in cui io parto convinto di raccontare l’avventura di Chris, per poi scoprire invece che è lui che vuole “servirsi” della mia. Un’amicizia ai confini del mondo: il documentario si nutre della vita, e quindi anche della morte in questo caso.

Come sei riuscito a trovare questo equilibrio nel racconto di una figura bigger than life come quella di Clark?

L’idea del concerto dei Pink Floyd esprime già una contraddizione, quella di poter pensare di salvare la foresta coinvolgendo un simbolo del mondo capitalista che la sta distruggendo, il mega-concerto rock della band di Money. Il rock è il disagio giovanile reso merce, diceva qualcuno, e la stessa foresta per sopravvivere sembra non poter sfuggire all’essere ricondotta ad un modello economico che ne giustifichi l’esistenza, che porti proventi per poter essere salvata. Il concerto era però per me un gancio per costruire la narrazione, una linea che poi abbandono presto, mi interessavano di più queste contraddizioni nei modelli sociali contemporanei. Come dicevo, si tratta di un gioco monicelliano che io ho alimentato consapevolmente, ma è un percorso che abbiamo fatto insieme con Chris, in maniera complice e lucida: e questo suo “sbarellamento” è anche un urlo di disperazione, è quasi un pretesto per sfondare il muro della realtà, è un’utopia nell’accezione non di sogno che non si realizzerà mai ed è anche inutile pensarci, perché bisogna essere concreti. No, l’utopia serve per smuovere la realtà, creare movimento. Se tu pensi a quelli che progettavano e costruivano le cattedrali, nessuno di loro l’ha mai vista compiuta una cattedrale, erano visionari che portavano avanti un’idea del futuro.

L’Avamposto è anche la storia dello scontro tra due modelli di società ed esistenza che si dimostrano inconciliabili, al di là delle speranze…

Quando sono arrivato io, il rapporto tra Chris e i Cablocos era in crisi, la riserva sembrava impossibile, il suo sogno gli si stava sbriciolando tra le mani. Ecco, linguisticamente noi volevamo costruire un racconto cinematografico, il tema ambientalista o neocolonialista rimane sullo sfondo, è il còté nel quale si svolgono le azioni dei nostri protagonisti. Sia perché non sono un antropologo, sia perché sono un occidentale, e questo ci porta ad un altro degli aspetti che il film vuole affrontare, e cioè il cinema stesso come atto coloniale, una critica a questa tendenza, e d’altra parte Chris è anglosassone, viene cioè dalla visione di un popolo che ha conquistato mezzo mondo. Da qui il progetto del turismo ecosostenibile, i cui proventi avrebbero dissuaso le popolazioni dei meticci brasiliani dal vivere depredando, disboscando, trafficando in cocaina o compiendo altri crimini: Chris ha accelerato così un processo che esiste ovunque, come nelle culture contadine delle nostre campagne del Sud negli anni Cinquanta raccontate da Pasolini, il capitalismo corrompe anche il posto più remoto. Quale diventa allora lo stato di natura in queste situazioni? Poco più di un’idea romantica, queste popolazioni uccidono scimmie e tartarughe non per cibarsene ma per venderle, il problema che ci pone Chris è anche questo: tutto il mondo ormai è uguale a sé stesso.

Quello che racconti sono insomma due fallimenti, il progetto amazzonico e quello del grande evento musicale

Penso che ogni cosa sia politica. Il documentario non è a tesi, non è una campagna ambientalista, non insegue falsi miti come quello della raccolta differenziata o del riciclo della plastica, che sono maniere facili con cui la responsabilità della salvaguardia del Pianeta si scarica sulla condotta del singolo individuo, ma il cui impatto è soprattutto sul piano della retorica, creata con una comunicazione ben studiata, in confronto a quanto potrebbero fare delle politiche reali di conversione delle fabbriche, della dismissione del carbon fossile che è il vero problema anche se sembra vietato dirlo. Lo vediamo anche noi in Italia, il Sud brucia, il Nord viene inondato, l’inverno non esiste, nel frattempo però ci sono trenta euro di volo low cost tra me e la foresta. Noi abbiamo già perso ma questo non significa rassegnarsi. L’alternativa di Chris ha a che vedere col concetto di desiderio, da opporre a quello di dovere, di punizione. Viviamo in un mondo immerso nella retorica del successo, della vittoria, del buon umore obbligatorio. A questo, Chris opponeva una pratica quasi gramsciana, pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. Il fallimento non è di Chris che non riesce a portare i Pink Floyd nella foresta, ma è di un’intera specie.

In questo processo, L’avamposto compie anche una sorta di rituale sulla figura di Christopher, di evocazione, ricordandoci concetti forti di quelle culture come la coesistenza di vivi e morti, la non-linearità del tempo…

In questa maniera si costruisce anche un degradare del paesaggio stesso, dal sole e dai cieli dell’Amazzonia fino al grigio e all’uggiosità di Londra e Edimburgo. In questo il film è anche in qualche maniera un funerale nel fiume per Chris, dopo che gli era capitato di morire in un freddo ospedale scozzese. Noi meridionali in questo siamo magari più connessi con queste chiavi di vita, mentre oggi abbiamo un serio problema di rimozione della cultura della morte, della vecchiaia, alla ricerca di una gioventù eterna. Al cospetto della foresta mi sentivo un niente, indifeso di fronte a questa immensità che ti schiaccia, è come la cattedrale di cui parlavamo prima: se noi ci pensiamo in comunione col mondo, non possiamo più dare così tanta importanza alla forma di un risultato compiuto. Io ho scelto una struttura molto classica per raccontare un concetto in maniera non classica: l’arco di vita di un personaggio ottocentesco, conradiano fuori tempo massimo, che mi è capitato di incrociare, per poi provare a ribaltare tutti i luoghi comuni canonici dei film ambientalisti, un processo inverso a quello di Grizzly Man di Herzog, per dire.

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