SERIE TV – Better Call Saul – Seconda stagione

Nella seconda stagione di Better Call Saul, Gilligan entra nel vivo del processo introspettivo di Jimmy/Saul per condurlo, ancora una volta, verso una riflessione deontologica. Disponibile su Netflix

Se la première di Better Call Saul, serie ideata da Vince Gilligan e Peter Gould, andata in onda su AMC e ora in Italia su Netflix, si è aggiudicata il più alto indice d’ascolto tra le serie TV via cavo, non c’è dubbio che tanto consenso risieda in Breaking Bad, serie madre già targata Gilligan. È un po’ come se dopo la quinta stagione lo spettatore di Breaking Bad, consapevole della conclusione dichiarata irreversibile della serie, si sia avvicinato al suo spin-off con l’atteggiamento nostalgico di chi tenta di rianimare un successo a colpi di cross-over (l’incontro di Jimmy McGill con Tuco Salamanca, la comparsa del coprotagonista Mike Ehrmantraut o ancora il faccia a faccia tra Mike e Tio Hector). Eppure la prima stagione di Better Call Saul è lenta. È quella che potremmo definire una “stagione zero” o piuttosto la lunga premessa alla seconda che, invece, si affranca completamente dalla serie madre: il ritmo è cambiato e, ormai, amiamo Jimmy e Mike tanto quanto (forse più) di Walt e Jesse.

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Gilligan entra nel vivo del processo introspettivo di Jimmy/Saul – benché l’approccio non risparmi alcun personaggio – per condurlo, ancora una volta, verso una riflessione deontologica. Jimmy è un “romantico a piede libero” che mal sopporta l’etichetta. Conduce vita e carriera rompendo per naturale tendenza equilibri che ricostruisce al solo scopo di compiacere il “fratello modello” Chuck che, invece, lo detesta, roso com’è dall’invidia per l’affetto che Jimmy volente o nolente suscita in chiunque; è la dialettica della costruzione/distruzione (che spesso degenera in autodistruzione) che detta l’evoluzione del personaggio interpretato da Bob Odenkirk e che, nel bene e nel male, travolge anche il suo rapporto sentimentale con Kim. Ma il bon ton è davvero angusto per Jimmy, troppo simile a quel gonfiabile che lo ispira nella decisione di licenziarsi da uno dei più quotati studi legali di Santa Fè; Jimmy è “colorato”, dirompente, deve fare carriera a modo suo, abbozzando un Saul Goodman che, tuttavia, alla fine della seconda stagione gli somiglia ancora poco. Eppoi c’è Mike, un buono che di professione fa il cattivo, mosso dall’amore sconfinato per la nipote e dal senso di colpa per la perdita del figlio. Mike è coprotagonista a tutti gli effetti e nella seconda stagione già calza perfettamente la parte dell’infallibile e imperturbabile deus ex machina che sarà (era) sua in Breaking Bad.

Ancora una volta Gilligan gioca a mescolare i ruoli: se i sedicenti buoni studiano da cattivi (è emblematica la perfidia con cui il “buon Chuck” tenta di distruggere il fratello), i cattivi dal canto loro si rivelano dei buoni laddove agiscono in nome di qualcosa – o qualcuno – che trascende e rompe il dover essere (per intenderci: Jimmy inganna Chuck per difendere l’ingiustizia riservata dal fratello alla donna che ama). Di nuovo una rottura dell’etica per Gilligan, che si dimostra anche sapiente conoscitore del mood del giovane avvocato – peraltro perfettamente nostrano! – alle prese con una deontologia censoria (quali sono i confini tra pubblicità e decoro?), una sostanza alimentata dalla forma (abiti inamidati e sobri, stanze ariose e cordialità stucchevole come premessa necessaria del successo) e una serie infinita di ostacoli e frustrazioni da gavetta (conti che non tornano e pesanti vessazioni). C’è in questo senso una dose di realismo disarmante in Better Call Saul che ne fa, insospettabilmente, la “legal serie” più vera di sempre. È nello stile ad esserci ancora molto di Breaking Bad: l’uso elastico del tempo, costantemente scandito da flashback e flashforward, ci ricorda da dove veniamo, ma se nella terza stagione incontreremo o no Walter White, in fondo, non c’interessa più.

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