SERIE TV – "In Treatment", di Saverio Costanzo

La prima operazione da fare se si vuole ragionare con obiettività su In Treatment, l’ultima creatura di Sky, è quella di ignorare completamente l’esistenza delle versioni precedenti del format. La tv satellitare, infatti, consapevole di essere la realtà italiana più illuminata e coraggiosa nel reparto “serialità televisiva”, dopo i successi di Romanzo Criminale e Boris, ha deciso di acquistare i diritti di BeTipul, serie israeliana creata da Hagai Levi. Il concept, forse per la sua facilità di adattamento, è stato venduto in tutto il mondo e vanta, tra le altre, anche una versione statunitense, firmata dalla Hbo (la patria della tv di qualità) con Rodrigo Garcia alla regia e un Gabriel Byrne in ottima forma come protagonista. Quest’ultima versione ha riscosso un enorme successo ed è stata anche trasmessa in Italia, suscitando interesse e creandosi un cospicuo gruppo di fan.

Per chi già conosce questa edizione, o addirittura quella israeliana, dunque In Treatment – Italia non può suscitare alcun interesse poiché gli autori cercano deliberatamente di rimanere fedeli agli originali e non fanno altro che riproporre le stesse storie con gli stessi esiti e gli stessi protagonisti, cambiando solo i loro volti. Per chi, invece, si approccia a questo prodotto da “profano”, curioso di scoprire come possa drammaturgicamente svilupparsi una serie che parla di uno psicanalista e dei suoi pazienti l’esperienza In Treatment risulta stimolante e degna di essere vissuta. La trama è presto detta. Il dottor Giovanni Mari riceve da lunedì al giovedì alcuni pazienti nel suo studio romano (uno per ogni giorno della settimana) mentre il venerdì è lui a “essere analizzato” da Anna, suo ex mentore e amica. Lo spettatore, dunque, è chiamato per mezzora al giorno a vivere insieme a Giovanni, quasi in tempo reale, le storie dei suoi pazienti e ad assistere al lavoro dell’analista ad aiutarli, spesso arrivando a vere e proprie battaglie emotive.

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Com’era successo in tutte le altre versioni, il successo di questo prodotto, sulla carta pieno di rischi, non ultimo quello mortale di suscitare solo noia, è merito del cast e dell’invettiva del suo regista. Senza provare a mettere a paragone, nemmeno per un secondo, gli interpreti americani con quelli italiani (confronto sinceramente inutile) gli attori nostrani fanno il loro dovere fino in fondo, risultando quasi sempre convincenti e, difficile a credersi, non scadere mai nell’isterismo o in manierismi teatrali fuori luogo.  Soprattutto Sergio Castellitto, nel ruolo da protagonista, da tutto se stesso al progetto, regalando una performance equilibrata e non facendo mai rimpiangere né Gabriel Byrne né Nanni Moretti, prima scelta nel ruolo (anche se vedere Moretti in questi panni, sarebbe stato un piacere innegabile). Il resto del cast, poi, ruota con dedizione intorno all’attore principale con vette sensibili (Guido Caprino) e cadute più rovinose (Kasia Smutniak, fuori ruolo come fragile femme fatale) e regala anche dei grandissimi momenti di recitazione, come gli scontri tra Castellitto e un’immensa Licia Maglietta.

Per quanto riguarda la regia, invece, Saverio Costanzo accetta e vince la scommessa e si diverte un mondo, è palese, nel girare all’interno di questi spazi angusti, mettendo a segno sempre l’inquadratura giusta. Grazie alla sua mano, l’espediente della seduta di psicoanalisi diventa un momento di racconto orale, dove, senza alcun bisogno di flashback o altre trovate, le storie prendono forma dei nostri occhi e i problemi segreti dei personaggi creano un tenace legame di empatia con il pubblico, talmente forte da creare l’attesa spasmodica per la seduta/puntata successiva. Forse, dal punto di vista psicoanalitico, In Treatment tratta la materia in modo superficiale e un po’ stereotipato ma è innegabile che, almeno per mezzora, sia messa in scena dell'ottima televisione italiana. Qualitativamente migliore anche di molto cinema nostrano. 

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3 commenti

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    Un buon prodotto, con un cast che non fa rimpiangere quello americano (Castellitto non è meno bravo di Byrne, solo diverso), anche se l'idea di una serie TV totalmente ambientata in una stanza è meno rivoluzionaria di quanto sembra: in fondo la serialità televisiva è sempre caratterizzata dalla prevalenza dei dialoghi sull'azione. Una cosa che non capisco: perché il titolo in inglese? Ci sono state tredici versioni internazionali di questo format e tutte, dalla Croazia al Giappone, hanno il titolo nella lingua locale.

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    Avevo seguito la serie con Gabriel Byrne che apprezzo molto. Non avevo grandi aspettative, non amo molto lo "stile" italiano nelle serie tv, ma mi sono dovuta ricredere. Bravissimi ed intensi gli attori, tutti.

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    una serie veramente ben fatta con ottime performances degli attori, per me ottima anche e soprattutto Kasia Smutniak; non avendo visto l'originale israeliano e il remake usa è stata una vera sorpresa e mi sono ritriovato ad amare una serie tv come e più di un film d'autore.