SERIE TV – Wayward Pines: tra romanzo, fumetto e…Shyamalan

“Il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica.” (Akira Kurosawa)

“Prima di lavorare a Wayward Pines pensavo che la televisione non fosse il mezzo giusto per il mio ideale di estetica. Credo che il piccolo schermo sia sempre stato un luogo tabù per me. Un anno e mezzo fa però ho cominciato ad osservare con grande interesse ciò che stava accadendo alla televisione; da I Soprano in poi, fino a Breaking Bad o The Walking Dead la tv è diventata uno strumento finissimo di narrazione. Il racconto televisivo penetra nelle nostre vite, influenza il modo in cui parliamo, ci vestiamo. Oggi nel cinema mainstream si dà grande importanza all’aspetto commerciale, mentre manca completamente la considerazione della rilevanza di un prodotto. La vendibilità rappresenta un fattore primario quando si gira un film ma in televisione, dove questo criterio prima era altrettanto imperante, qualcosa ha cominciato a cambiare. La Tv contemporanea è ormai il mezzo prediletto dal pubblico, basti l’esempio di Mad Men: tutti lo guardano, tutti ne parlano. I parametri hanno cominciato a mutare e con essi i prodotti.” (M. Night Shyamalan)

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Operazione commerciale o esercizio di stile? Certamente è una tendenza quella di molti cineasti di misurarsi con la televisione: basti pensare al pilot di Boardwalk Empire, diretto da Martin Scorsese o al Michael Mann di Luck, prima di arrivare a M. Night Shyamalan sedotto dalla summer serie distribuita da Fox Wayward Pines. Un fascino non proprio discreto quello delle serie televisive che passa attraverso un fattore certo: una fascia di pubblico indiscussa che le divora famelica. E allora il dato commerciale, romanticherie a parte, è reale, ma da che dipende? Verrebbe da pensare che la serie televisiva è performante. Adattandosi a una società sempre più liquida e “senza tempi”, la serialità televisiva si presta tanto alla fruizione episodica che alla “maratona”, occupando uno spazio e un modo già del romanzo ma più consono all’occhio dei tempi correnti. Storie e personaggi prendono forma nel contesto di un set supportato da tecnologie via via più raffinate: quelle del montaggio, della fotografia, delle colonne sonore (emblematico il caso di The Knick, serie capolavoro del 2014 targata Soderbergh che abbina all’ambientazione di una New York di inizio XX secolo la psichedelica e modernissima colonna sonora di Cliff Martinez). Quindi la serie funziona. Funziona e resiste alle stagioni nelle quali si avvicenda grazie alla fedeltà al tema che sottende: il quesito esistenziale attorno al quale l’Autore sviluppa la propria opera, leitmotiv subliminale di ciascun episodio. E così, per intenderci, Paul Abbott, autore nel 2004 della britannica Shameless, l’originale da cui è tratta la versione omonima e più nota di Wells, deve essersi domandato di fronte alla “bozza” della famiglia Gallagher: “si può davvero mutare la propria condizione umana, nonostante il condizionamento familiare, ambientale e sociale?”. Che poi è il quesito dei Malavoglia di Verga e dell’intero ciclo dei Rougon Macquart di Zola. Ancora un’assonanza col romanzo.

Se pur data in via d’ipotesi, la premessa non è peregrina nel tentativo di spiegare l’attenzione di molti autori alla serialità. E chissà che non siano state proprio queste le ragioni dell’esperimento Wayward Pines di Shyamalan. Il canovaccio c’era: la trilogia Pines, Wayward e The Last Town firmata da Blake Crouch. E il tema anche: “fino a che punto può spingersi l’uomo e cosa è disposto a sacrificare sollecitato dal proprio istinto di sopravvivenza?”.wayward2 L’ispirazione seriale, del resto, era già stata dichiarata da Crouch: Twin Peaks, che nella visione di David Lynch e Mark Frost precorre i tempi di vent’ anni svelando il potenziale televisivo. Cittadine chiuse Twin Peaks e Wayward Pines, circondate da una natura che incombe sinistra su comunità che nascondono più di quanto non dicano; stesso mood d’inquietudine seppur con derive difformi. Ma esiste di Wayward Pines un insospettabile – e probabilmente casuale – antecedente logico: “Siamo alla fine del XX secolo. Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche. Sulla faccia della terra gli oceani erano scomparsi e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti. Tuttavia la razza umana era sopravvissuta”; era il 1984 e iniziava così, in Italia, la sigla della serie animata Ken il guerriero (influenzata a sua volta dalla celebre pellicola di George Miller del 1979 Mad Max), trasposizione animata e seriale dell’omonimo manga di Tetsuo Hara e Buronson. E non è solo la corrispondenza tematica a farci riflettere ma soprattutto la presenza, già all’epoca, di una trama orizzontale complessiva all’interno della quale si sviluppa quella verticale di ciascun episodio (ben 152 articolati in due stagioni rispettivamente di 109 e 43 episodi): che il fumetto, che altro non è, per dirla, con Hugo Pratt, che letteratura disegnata, sia il legittimo antenato delle serie televisive ancor più del romanzo? D’altronde non mancano serial proprio basati su fumetti. Basti pensare a The Walking Dead, ideata dal regista Frank Darabont e basata sull’omonima comics scritta da Robert Kirkman e trasmessa in Italia da Fox: è la serie alla quale forse più di tutte si richiama Wayward Pines (e Crouch prima di Shyamalan); come Ethan Burke il vice-sceriffo Rick Grimes rimane vittima di un incidente ed entra in coma per constatare al suo risveglio che i morti attaccano i vivi: ancora una lotta per la sopravvivenza e lo stesso quesito di fondo: “fino a che punto può spingersi l’uomo e cosa è disposto a sacrificare sollecitato dal proprio istinto di sopravvivenza?” E chi sono i veri “cattivi”? I morti e gli Abbies o l’uomo, solo occasionalmente “animale sociale”? Del resto Sopravvivere è solo un concetto relativo (Locke in “Lost”).

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Shyamalan attraversa il panorama che lo precede raccogliendo suggestioni e condensandole in un prodotto che per certi aspetti si discosta dalla struttura seriale alla quale ci stiamo abituando. Wayward Pines sembra quasi un “film lungo” diviso in dieci frammenti, ciascuno dal peso specifico differente, che combinano l’alta tensione che conclude Our Town, Our Law, il terzo episodio, alla ridondanza di The Friendliest Place on Earth, l’ottavo. Alla fine Shyamalan ci lascia forse con troppe incognite, con tutta una serie di personaggi di cui conserviamo soprattutto un’impressione e un “arcano” è svelato presto benché così platealmente da tenere lo spettatore incollato allo schermo nell’attesa convinta del colpo di scena finale. Eppure il colpo di scena c’è: è la poetica di Shyamalan sotto mentite spoglie.

Sentieri selvaggi tornerà a parlare di Wayward Pines presto, con un ebook interamente dedicato alla serie!

Un commento

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    Siete probabilmente gli unici a cui sia piaciuta questa serie, un pasticcio senza capo né coda, personaggi insulsi, misteri all’acqua di rose. In realtà a mancare è proprio Shyamalan, checché ne diciate voi.