Sky Peals, di Moin Hussain

Anche se la metafora è fin troppo scoperta, il regista riesce a creare un’atmosfera di alienazione che accenna ad una condizione umana di privazione e rassegnazione. VENEZIA80. Settimana della Critica

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Adam fa il turno di notte nel fast food della stazione di servizio Sky Peals Green. È di razza mista: madre inglese e padre pakistano, quest’ultimo scomparso senza lasciare traccia né spiegazioni. Scopre per caso che il padre è morto nel parcheggio dell’area di sosta e decide di riavvolgere il video delle telecamere di sicurezza per scoprire cosa sia successo. In questo modo, di accorge di un misterioso problema tecnico per cui il padre, improvvisamente, si smaterializza sullo schermo. Inizia così a indagare sul suo passato e la sua famiglia, mentre intorno a lui si verificano in continuazione fenomeni inspiegabili e inquietanti, luci che si spengono e riaccendono a intermittenza, allarmi delle macchine che risuonano come lugubri ululati animaleschi. Fino a scoprire che il padre si credeva un alieno venuto dallo spazio. Presentato alla Settimana della Critica di Venezia, l’esordio del britannico Moin Hussain si veste di inquietudine e desolazione per riflettere sull’identità, l’appartenenza e la diversità.

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Hai mai la sensazione di essere nel posto sbagliato?” chiede Adam ad un certo punto. Una domanda che svela un punto di non ritorno esistenziale, un dubbio liminale che preannuncia, forse, una presa di coscienza tale da rimette in discussione lo stato delle cose. Sky Peals Green appare come una terra di nessuno, un confine, un limbo identitario, spaziale, temporale, dove tutti sono semplicemente di passaggio. Le interazioni con gli altri sono ridotte all’osso, se non addirittura rifiutate, nessuno parla con nessuno e tutti vagano per i corridoi della stazione di servizio, dove notte dopo notte, tutto si reitera, uguale al giorno precedente, in uno stato di semi-incoscienza, tra il sonno e la veglia, come sonnambuli. O zombie. Esseri a metà, ne vivi né morti. Alieni, forse. Ed è così che Adam si sente, alienato, disorientato. Privo di punti di riferimento, isolato, assuefatto a un lavoro di routine, si confronta con la scoperta di un’alterità, la possibile esistenza di un altro spazio, in cui ricominciare tutto daccapo, dove liberarsi dell’angoscia esistenziale che lo sta lentamente inghiottendo. Che sia una creazione della mente dai presagi funesti o una reale possibilità di salvezza, non ha importanza. Certo, la metafora è fin troppo scoperta. Hussain sceglie una stazione di servizio autostradale, non-luogo d’elezione, abitato da anime senza identità, senza passato e senza futuro, che s’incontrano per una frazione di secondo, scambiandosi forse qualche parola, per poi disperdersi nel nulla da cui sono arrivate. Ma è bravo a ricrearne l’atmosfera di alienazione, tra luci al neon e primi piani stranianti, in una cornice di fantascienza del reale che accenna, senza mai però spingersi oltre la suggestione e indagarne le cause, su una condizione umana di privazione e rassegnazione.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
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