SPECIALE TRUE DETECTIVE – I compagni di merenda

Sin dal suo esordio, la serie evento dell’Hbo True Detective ha ricevuto molte critiche entusiaste, la maggior parte focalizzate sulle performance magnetiche e totali dei suoi due protagonisti: Matthew McConaughey e Woody Harrelson, i due detective maledetti sulle tracce del Re Giallo. Nel loro anno di grazia (McConaughey con il suo Rust Cohle ha cristallizzato un percorso artistico lungo una carriera poliedrica) i due attori si sono rivelati i pilastri su cui si è poggiato lo show, soprattutto per il loro doppio ruolo d’interpreti e produttori esecutivi. Nei loro volti segnati dal contatto col Male e dalla loro solida complicità (cementata anche da una lunga amicizia fuori dal set) c’è il cuore dell’intero prodotto. Detto ciò però sarebbe un errore dimenticare gli altri artefici del successo della serie. Non citare i nomi dell’uomo che ha immaginato e seguito ossessivamente la storia, del suo regista/ socio che, con la stessa identica passione, ha trasformato le sue parole in immagini e dell’attrice che ha scelto di relegare il suo talento sullo sfondo per accrescere quello dei suoi protagonisti , sarebbe un errore imperdonabile. Perché anche le squadre più forti non sono fatte solo di fuoriclasse.
Nic Pizzolatto (il creatore): Classe 1975, Pizzolatto viene dalla stessa Lousiana asfissiante e nera che ha raccontato nel suo capolavoro televisivo. Già conosciuto come autore di alcuni episodi per la serie crime The Killing (due titoli della prima stagione), la sua fama nell’ambiente dipende soprattutto dal successo dei suoi romanzi. Oltre alla serie di racconti Tra qui e il Mar Giallo, grandi entusiasmi sono stati suscitati dal romanzo noir Galveston. La storia del violento Roy Cady e del suo viaggio di redenzione è stata tradotta in diverse lingue (anche in Italia) sarà presto portato sul grande schermo con il lanciato Matthias Schoenaerts come protagonista.  Paragonato a Cormac McCarthy, James Ellroy e Dennis Lehane i suoi personaggi sono sempre uomini ai margini, antieroi dolenti che, da un lato all'altro della Legge, vengono guidati dai propri istinti e dalle proprie ossessioni. In True Detective, summa del suo lavoro, Pizzolatto sembra quasi ripercorrere anni di romanzi di genere, di film violenti e di musica, in una feconda fusione fra Narrativa, Religione ed Esoterismo. Il risultato è ottimo, il Twin Peaks di questa generazione.
Cary Fukunaga (il regista): Figlio del meltin’pot californiano (padre giapponese e madre svedese), Cary Fukunaga arriva al cinema dopo una lunga carriera accademica in giro per il mondo. Dall’aspetto e dai gusti decisamente Hipster, da perfetto frutto del suo tempo, il regista comincia la sua storia artistica tra corti indie (Kofi e Victoria para Chino) facendolo diventare presto uno dei pupilli del Sundance Film Festival (redfordiano?). Non è un caso che il suo esordio da regista, Sin Nombre, dramma on the road su un gruppo di immigrati messicani, ha vinto, proprio a Park City, il premio per la migliore regia. Fukunaga, nella sua seconda regia, sorprende tutti con la sua cupissima, versione del classico Jane Eyre, dove Mia Wasikowska e Michael Fassbender, spettri disperati, vivono una storia d’amore horror. E’ ovvio che siano le atmosfere e la loro costruzione, uno dei punti chiave del Cinema del regista e in True Detective, dove dirige tutti e otto gli episodi, tutto ciò è lampante. Tra giochi divertiti con la ripresa e un lavoro chirurgico sui dettagli, Fukunaga permette alla storia di Pizzolatto di avere il giusto respiro e la forza necessaria. Senza il suo sguardo, probabilmente, non staremmo qui a parlarne. Il futuro, pieno di progetti rischiosi come il remake di It, è a portata di mano.

Michelle Monaghan (Maggie Hart): Tra due pesi massimi come McConaughey e Harrelson, era quasi impossibile uscire e prendere posizione. Michelle Monaghan, al primo ruolo definitivamente maturo, ci riesce con discreta nonchalance, tenendo testa a entrambi i suoi colleghi. Dopo un’infanzia contadina e un passato da modella, l’attrice è lentamente diventata un volto chiave del cinema americano contemporaneo, passando da partecipazioni a pellicole adrenaliniche (Eagle Eye, Mission: Impossible III, Source Code) a ruoli più impegnati tra i quali brilla la tenace detective privata dell’ottimo Gone, Baby Gone, interpretazione di svolta della sua carriera. Michelle si è sempre messa alla prova con pellicole diverse, non disdegnando di mettere in mostra il proprio lato comico (ha lavorato con maestri del genere come i fratelli Farrelly e Todd Philips) ed entrando con coraggio in progetti rischiosi (gli esordi alla regia di Ben Affleck e Shane Black, la seconda opera di Duncan Jones). Ogni interpretazione, anche i più piccoli cammei, è la conferma di un talento misurato, di un’attrice che, senza puntare su manierismi o esagerazioni, ha scelto di brillare di luce propria.